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Giovedì 23.03.2017 ore 05.22
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Matteo Donelli

Patagonia


di Matteo Donelli

"La guerra sarebbe scoppiata nell'emisfero nord, perciò la nostra attenzione si rivolse a sud. Scartate le isole del Pacifico, perché le isole sono trappole, scartate l'Australia e la Nuova Zelanda, come posto più sicuro della terra venne scelta la Patagonia".

Bruce Chatwin descriveva così, nel suo capolavoro "La Patagonia", le ragioni che spingevano tanti ad andare in quelle terre desolate ai tempi della Guerra Fredda tra Usa e Russia. L'amore per un fueghino (abitante della Terra del Fuoco), uno stipendio doppio rispetto alla media della grande capitale Buenos Aires o la sicurezza di vivere senza la paura di scippi.



L'Ushuaia del 2016 è forse l'esatto opposto del paese di cinquanta anni fa, dove si arrivava per "scappare e isolarsi". Ha compiuto da poco 132 anni la città più a sud del mondo e con il cartello più fotografato dai turisti, quello con la mitica scritta "Ushuaia fin del mundo".

Nel 1886 arrivò il primo gruppo di 14 condannati a bordo del battello Primo de Mayo, che mise in pratica l'idea dei politici argentini del tempo di colonizzare con dei detenuti recidivi e piuttosto pericolosi la parte più a sud del paese. Grazie ai lavori forzati, nel 1910 fu inaugurato il treno più australe del mondo con 25 chilometri di ferrovia.

Sorseggiando mate (un infuso di erbe locali) Jennifer Grau ci racconta, sorridendo, il suo amore per Marcos, ragazzo locale conosciuto due anni fa. La sua decisione di trasferirsi da Cordoba in Patagonia perché disoccupata con una laurea in economia da far fruttare.

La sua vita svolta improvvisamente con il trasferimento ad Ushuaia e un posto come guida turistica al parco nazionale. La crisi economica argentina dell'ultimo decennio ha portato tantissimi giovani a decidere di trasferirsi nel profondo sud del paese.

"Alla fine tra compagni di università e amici senza lavoro nel giro di tre anni hanno seguito il mio trasloco ben 14 persone. Crescita esponenziale della popolazione e turismo internazionale sempre più massiccio".



Risalendo la Rua 3 in direzione della capitale, il trend di crescita del turismo e dell'immigrazione si percepisce in egual misura nella Penisola di Valdez, con Puerto Madrin che ci ha accolto in uno dei primi giorni della temporada (corrisponde con l'inizio della primavera in ottobre) con un profumato bicchiere di Malvet in riva alla sua splendida baia.

Anche qua tutto esaurito a livello alberghiero e di ristoranti. E pensare che a Buenos Aires, passeggiando per porto Madeiro, per barrio della Boca o per le strade del centralissimo quartiere San Telmo, sono tantissime le serrande abbassate di negozi e locali, con noi costretti a fare gimkane tra mendicanti e barboni.

Conosciamo Giulio, professore alla scuola superiore di El Calafate. Ci racconta che nella capitale non c'era posto per poter far fruttare i suoi studi di ingegnere. A trent'anni ha deciso di accettare una cattedra pubblica in Patagonia sotto il ghiacciaio del Perito Moreno, dove ha potuto coniugare la vita quotidiana con la passione per le escursioni di montagna.

Tre ore di pullman con locali chiassosi lungo la Rua 40. Ai piedi dell'imponente Fitz Roy, un lungo trekking in compagnia della simpaticissima e solare guida italo-argentina Romeo.

Anche lui via da cinque anni dalla capitale argentina perché l'inflazione esponenziale non gli consentiva più di vivere decentemente, nonché stressato e depresso per il ritmo frenetico della città. Anche per lui la Patagonia ha più il sapore di un allegro e vigoroso samba che di un malinconico e nostalgico tango.


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21/10/16 h. 19.26
Rossella dice:

bello, bello ci arriverò prima o poi

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