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Matteo Fortelli

Nostradamus


di Matteo Fortelli

Ormai ho un moto di sconfinata solidarietà, quasi di tenerezza, a fronte delle esternazioni del presidente della Fip Gianni Petrucci.



La leggenda dei detti petrucciani comincia quando il già sindaco di San Felice al Circeo (che è sempre lui) definisce “esagerata” la critica di un noto allenatore alla propria società (di serie A) per ritardi nei pagamenti. “Un ritardo di due mesi è fisiologico”, proclama sicuro. A fine campionato quella società sparisce dal professionismo.

Nell'autunno del 2014, Petrucci conia l'ormai mitica espressione “Il basket italiano è in salute”, portando ad esempio le squadre che utilizzano molti italiani, come Virtus Bologna, Cremona, Reggio e Trento. “Saranno premiate”, promette, mentre tra l’Emilia e il Trentino si diffonde il panico. La Virtus retrocede l’anno dopo, poi tocca a Cremona (probabilmente ripescata per la mancata iscrizione di un altro club in salute), in mezzo Reggio e Trento subiscono l’esclusione ingiusta – e imposta – dalle coppe europee.

Ma il presidente è uomo d'azione, non certo avvezzo a farsi intimorire da una serie di sfortunati eventi. È lanciato ed è convinto di avere per le mani, sulla carta, “la nazionale più forte di tutti i tempi”. Gallinari prova a mettere una pezza: “Non è la nazionale più forte di tutti i tempi”, ma ormai la frittata è fatta.

Già in precedenza, a Eurobasket 2013, l'Italia deve arrivare nei primi sette, è ottava, dopo un'estate delirante di infortuni e malattie. Nei successivi europei del 2015 deve arrivare in semifinale, è quinta. Nel 2016 deve vincere il pre-olimpico e arriva seconda.

In compenso, sempre dal 2013 aveva cominciato ad avere freddo coach Pianigiani, nel momento in cui passava, a tempo pieno, alla Nazionale: “Il nostro seminatore per crescere in tutti i settori della nostra pallacanestro”, “il dominus della squadra”: sono solo alcune delle espressioni che Petrucci dedicava al coach. Che infatti totalmente a sorpresa, un paio d'anni dopo, con un preolimpico alle porte da affrontare insieme al gruppo faticosamente forgiato in anni, viene sostituito da Ettore Messina. “Non era mai scoccata la scintilla”, chiosa il presidentissimo.

È indubbiamente il 2013 l'età dell'oro del novello Nostradamus. Al secondo (in realtà quarto) insediamento precisa: “La Fip non vuole leghe deboli per comandare a piacimento”. Nel 2016, puntuale come le tasse e la morte, «l'avveramento»: il Consiglio federale ritira le deleghe a Legabasket, colpevole di aver deliberato che “i propri club sono e saranno liberi di decidere autonomamente a quale competizione europea partecipare, sia essa organizzata da Euroleague o da Fiba”.

Di recente, sul tema promozioni/retrocessioni, Petrucci trova ancora il tempo di ribadire alle Leghe (sì, proprio loro, quelle “forti”): “Le leggi comunque le fa la Fip: o Lega Basket e Lnp trovano un’intesa, oppure la Federazione agirà d’imperio”.

Gianni Petrucci, a fine 2016, viene confermato presidente della Fip con il 92% dei consensi, da candidato unico, con il suo vecchio e sempre valido programma: "Il basket italiano è in salute". Modesto, si schernisce: “Non sono stato il salvatore del basket”. Dobbiamo dedurre che, evidentemente, c’era qualcuno che l’aveva pensato.

Contestualmente, la Lega annuncia il raggiungimento dell'accordo con il nuovo sponsor del campionato (sì, del campionato 2016-2017, che nel frattempo era già giunto alla dodicesima giornata) e la Fip l’estensione contrattuale al neo-allenatore dell’Italbasket Ettore Messina. A compenso zero. Volontariato e sponsor tardivi, notoria quintessenza di qualsiasi business imprenditorialmente in salute.

In ogni caso, sul coach, Petrucci è, come sempre, inguaribilmente ottimista: “Messina? Spero che rimanga, lui è una garanzia”. Un brivido freddo alla schiena di tutti gli appassionati ma, come i più saggi già immaginano, più che di auspicio si tratta di sentenza. È un implacabile quanto scontato comunicato Fip a dare, poco tempo dopo, la notizia: “Messina saluta l’Italia”.

Ma Petrucci Giovanni detto Gianni non si può fermare. Da quei giorni di fine 2016, quando appena prima e appena dopo della sua neo (si fa per dire) elezione era davvero scatenato, con interviste su parecchi quotidiani, altro doveva necessariamente seguire.

A ottobre il presidente aveva rassicurato il mondo del basket: “Sono ottimista per natura e quindi auspico che Fiba e Eurolega trovino un compromesso”.

Ahia.

Fiba ed Eca, si deve sapere, stavano litigando da più di un anno; l’Italia era rimasta in mezzo al tiro al piccione, perdendo prima le competizioni europee lato Eca e poi, beffa dai colori pentastellati, anche Roma 2024.

Per tanto che sia non potrà certo peggiorare, si dissero – guardandosi negli occhi – i terrorizzati esegeti petrucciani al risuonare di quell’ottimismo e di quello spietato augurio. E invece, è il caso di dire, niente rimarrà inadempiuto. Basta solo attendere.

Fiba ed Eca, ormai d’accordo sulla gestione delle coppe, da qualche giorno hanno infatti aperto un nuovo terrificante fronte: la Nazionale a rate. Fiba ha elaborato un calendario che spalma l’attività delle rappresentative nazionali in tutto l’anno cestistico, Eca non ne ha tenuto minimamente conto nella formulazione del calendario di Eurolega e così i migliori giocatori d’Europa rischiano di non far parte dei match di qualificazione. Per l’Italia è una mazzata: perso il nucleo della Nazionale, cioè i due Nba, i due “turchi” Datome e Melli, forse Aradori se troverà un team di Eurolega, tutti i milanesi.

A Gianni non resta che l’ultimo disperato appello: “Conto sulla sensibilità di Armani, sponsor azzurro ai Giochi Olimpici: non negherà i giocatori alla Nazionale”.

Solo un corollario della, già da tempo espressa, ultima profezia: “Vedere la nazionale sia maschile che femminile a Tokyo 2020 sarebbe un sogno”. Il Giappone di sicuro c’entra: tecnicamente, si chiama harakiri.


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