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Giovedì 23.05.2013 ore 20.23
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Miten Veniero Galvagni

La collina della vita


di Miten Veniero Galvagni

In un momento storico in cui siamo travolti da quanto sta quotidianamente accadendo attorno a noi, mi sembra opportuno ritornare un po’ a noi stessi, a ciò che sta accadendo nel nostro modo di vivere. Queste mie riflessioni non intendono invitare nessuno, a cominciare da me stesso, a distogliere l’attenzione dal “fuori” né, tantomeno, a perorare cause qualunquistiche e antipolitiche che non mi sono mai appartenute. La mia intenzione, viceversa, è di sottolineare l’importanza del nostro vissuto, molto privato, molto personale, nel decifrare quanto sembra essere così oggettivo, così fuori discussione, di ciò che accade là fuori, nel mondo. Tali accadimenti possono infatti essere letti in modo distorto dalle nostre difficoltà percettive già compromesse dalle modalità con cui, quotidianamente, leggiamo la storia della nostra vita.

Tutti noi sappiamo che abbiamo qualche cosa che non vorremmo avere, per esempio una qualche forma di limitazione a livello psicologico, a livello fisico, una qualche forma di nevrosi tanto per intenderci o una qualche malattia fisica.

Non vorremmo avere, magari, quel certo marito lì o quella certa moglie lì o quel certo figlio lì che è così irrequieto, che non fa bene i compiti o sta creandosi, da solo, buoni motivi per la sua sofferenza.

Non vorremmo avere un vecchio genitore a carico.



Tutti noi ce li abbiamo dei motivi di sofferenza ed è sciocco, non è affatto intelligente dirci: “Ma... è molto meglio che non ci pensi”. No, pensiamoci invece, per noi va bene pensarci: “questa” è la nostra sofferenza. Il mio invito non è di andare alla ricerca delle cause della sofferenza perché ne siamo particolarmente attratti in modo morboso, ma semplicemente perché la sofferenza è pervasiva, si diffonde attraverso tutta la nostra umanità.

Una volta che abbiamo ben guardata la nostra sofferenza è bene tener presente che, in ogni momento, è possibile per la nostra mente far cessare le cause che l’hanno provocata, sempre che la nostra mente sia ben addestrata e non sia la mente imbizzarrita a prendere il sopravvento.

È la nostra mente, infatti, che solitamente ci procura condizioni di sofferenza, aggrappandosi a circostanze esterne.

Basta, per l’appunto, pensare alla nostra vecchiaia. Se in questo momento noi pensiamo alla nostra vecchiaia, pensiamo a come saremo quando avremo settanta, ottant’anni per chi di noi ci arriverà, e magari molti di noi si immaginano anche che potranno essere soli, o perché non hanno figli o perché non hanno più il partner, o perché i figli se ne sono semplicemente andati e non si interessano più... Se noi pensiamo a questo, anche essendo ben consapevoli che si tratta di un’arbitraria prefigurazione, inevitabilmente subito avvertiamo una sofferenza, perché percepiamo come potrebbe essere la vita che ci resta da vivere, se continueremo ad abitare un corpo, ad essere vivi, e tutti noi ci auguriamo di continuare a essere vivi…



Tutti quelli di noi che hanno superato i quarantacinque, cinquant’anni, credo che queste cose ce l’abbiano ben stampate nella testa e nel cuore, anche se, non ancora, nel loro corpo o nella loro vita di relazione. Forse, fino verso i quarant’anni, tutto ciò non si sente molto, ma comincia a essere presente, spesso sotto il livello della nostra consapevolezza. E comincia a essere presente, a livello di consapevolezza, soprattutto per quelli di noi che hanno dei figli già grandini che se ne stanno andando per la loro strada.

Fino a qualche anno prima avevamo magari immaginato che i nostri figli, con il passare delle stagioni, ci sarebbero stati vicini per sempre. Viceversa se ne stanno andando per la loro strada, come peraltro, sia pure contradditoriamente, abbiamo sempre desiderato… d’altronde la maggior parte di noi l’ha fatto a suo tempo, con i propri genitori… ma noi avvertiamo a questo punto, con maggior precisione, il tempo che passa, e sentiamo che ci sta schiacciando un pochino, ci sta rendendo un po’ stanchi e ben sappiamo che è comunque una cosa fisiologica, invecchiare.

Sto parlando, ora, di una vecchiaia sufficientemente sana fisicamente, non sto parlando del “mal di vecchiaia”, del declino, del non essere più capaci di fare le cose che si facevano una volta. Non ho parlato poi del fatto che invecchiando ci si può anche ammalare, e anche irreversibilmente… Ora, se mettiamo le due cose assieme, la vecchiaia e la malattia, e constatiamo l’evidente probabilità di questo insieme come una realtà all’orizzonte per molti di noi, non per tutti noi, comprendiamo che ciò che sto dicendo non è solo una iella che richiede ferro o materiali più intimi, da toccare. È una constatazione possibile a tutti, la vediamo tutti, basta che ci guardiamo attorno. Ci succederà… anche se non a tutti noi.

Allora la domanda vera che ci si pone è: desideriamo, o non desideriamo, creare fin da quando siamo sufficientemente giovani e forti e in salute, le condizioni per non essere, in quella situazione di vecchiaia-malattia, talmente condizionati dalla nostra mente dal rimanerne vittime, schiacciati, uccisi, depressi, per il fatto di sentire che non riusciamo più a fare cinque metri di corsa, che dobbiamo alzarci frequentemente, di notte, perché ci scappa la pipì, perché abbiamo le caldane o perché stare a lungo stesi non ci è consentito dai particolari dolori artrosici che abbiamo, tanto da non sapere nemmeno più cosa sia un buon sonno ristoratore, per il fatto che non riusciamo a vederci tanto bene, che ci sentiamo sempre più impacciati con i movimenti, che vediamo il nostro corpo che si sta piano piano imbruttendo, secondo le norme comuni del bello e del brutto?



Sappiamo che stiamo scendendo quella collina che fino a qualche anno prima stavamo salendo: è la collina della vita.

E ognuno di noi, il punto della sommità di questa collina, lo colloca chi sui trentacinque anni, chi sui trent’anni, chi sui vent’anni, chi sui quarant’anni... Ho conosciuto anche persone che sentono che il punto di svolta è oltre i sessant’anni. Sono persone particolarmente ottimiste, sono persone probabilmente fortunate perché non hanno ancora sperimentato dentro di loro il declino, per esempio delle capacità mentali, dell’attenzione, della resa a livello intellettuale, della memoria… e storie di questo genere. Arrivano a sessant’anni e sentono di essere ancora in crescita, in ascesa, non sono consapevoli che invece, statisticamente, almeno nel cosiddetto Primo Mondo, tranne rarissime, clamorose eccezioni, non si raggiungono i centoventi anni, cosa di cui è stato sempre, è, e sarà convinto fino in fondo, per esempio Silvio Berlusconi, anche adesso che, almeno per un po’ di mesi, non sarà più il Presidente del Consiglio. Lo ha anche proclamato a tutto il mondo…

Le persone come lui sono già in discesa, ma credono di essere ancora in salita.

Ci immaginiamo la vita come una collina, ci immaginiamo l’infanzia come il pianoro che c’è prima di salire la collina. L’adolescenza è quando si comincia a salire la collina. Nella prima giovinezza siamo già abbastanza altini sulla collina. L’essere giovani adulti è l’essere quasi arrivati in cima. E c’è la cima, non piccola, ma insomma un tratto pianeggiante che può durare alcuni anni, e per molti di noi questo tratto pianeggiante va dai venticinque anni ai quaranta, anche se per ognuno di noi varia un pochino, e comunque sentiamo che siamo in una situazione in cui la “bella gioventù” è alle nostre spalle e ci troviamo in una situazione di maturità, più o meno scombinata, accoppiata o scoppiata, in “lista d’attesa”, perchè sentiamo che non sta mancando molto (almeno i più introspettivi di noi lo sentono) a una fase di declino che già comincia a esserci, e per tutti ci sarà.

E come l’affronteremo questa fase? Lamentandoci tutti i giorni del nostro declino, o indirizzando le nostre energie fin da ora nell’unica direzione che può impedirci di essere schiacciati da quello che noi avvertiremo come triste destino, se prima non avremo fatto qualcosa di realmente preventivo?

La sola direzione, verso la quale valga veramente la pena di avviarci, escludendo per libera scelta o per destino, il suicidio, è l’allenarci nelle piccole cose di tutti i giorni ad accettare la vita in tutte le sue manifestazioni, individuando nella nostra vita la nostra maestra più preziosa.


Questo è uno degli argomenti su cui insisto di più, non perché sia una mia trovata teorica, o una tematica “ad effetto”, o perché me lo abbia suggerito lapidariamente Osho, ma ho verificato che è proprio importante, per quanto riguarda sia me stesso che molte persone che conosco sufficientemente bene, anche se molto più giovani di me come età anagrafica, digerire per bene questa indicazione.

Accettazione di ciò che la vita ci propone, giorno dopo giorno, nelle grandi e piccole cose quotidiane, di qualunque cosa si tratti.

E quando dico “accettare”, non dico “rassegnarsi”. L’accettazione non è rassegnazione. L’accettazione è comprensione piena del significato benevolo di qualche cosa che sta accadendo. Rassegnazione, invece, è un’operazione mentale che fa sì che noi ci adattiamo a una circostanza che può essere anche spiacevole, ma la parte più profonda di noi desidererebbe tanto che quella cosa non si realizzasse. Questa è la rassegnazione. Per cui ci rassegniamo, per esempio, alla morte di una persona amata, nel momento in cui cerchiamo di adattarci come meglio possiamo, avendo subito questo dolore, questa grave ferita a livello affettivo, ma dentro di noi qualcosa ci dice: “Sarebbe tanto bello che fosse ancora viva”. Siamo rassegnati. E la rassegnazione certamente ha diversi livelli, ha diversi aspetti. Ci può essere la rassegnazione che ha l’aspetto della tristezza, della depressione. C’è la rassegnazione che ha l’aspetto dell’apatia totale. C’è la rassegnazione che ha l’aspetto ogni tanto anche dello sbotto di rabbia.

La rassegnazione è una nozione tipicamente occidentale, cioè dell’attuale 90%, almeno, della popolazione mondiale. Il pensiero dell’uomo occidentale non è stato mai orientato ad accettare pienamente anche ciò che può provocare sofferenza. È sempre stato orientato, viceversa, nel migliore dei casi e nella maggior parte dei casi, a fronteggiare e a combattere, basti pensare allo sviluppo enorme della tecnologia dell’Occidente, per esempio rispetto alla medicina. Il combattere e fronteggiare. Non sto dicendo che questo è male, sto semplicemente segnalando delle differenze di atteggiamento di pensiero.

“Rassegnazione” è una parola, tra l’altro, che sentite molto spesso usata come indice di una bella qualità, sia sotto il profilo psicologico-laico, sia sotto il profilo spirituale, sia sotto il profilo proveniente dalla mappa mentale della stragrande maggioranza degli esseri umani: il sapersi rassegnare.

Per quanto riguarda invece la visione, più ampia, e dunque più difficile da fare propria, di come posizionarci nei confronti della vita e delle avversità, pensate a quanto sia più pregnante e terapeutica, in sé e per sé, la nozione di accettazione.

La nozione di accettazione è un qualche cosa che, per noi occidentali, pervasi da duemila anni dall’energia di un palestinese ucciso dai Romani in territorio ebraico, è rappresentata dalla scena archetipica del “sia fatta la tua volontà” di Cristo sulla croce. In quel momento Gesù sta accettando. Fino a quel momento qualche cosa dentro di lui si stava ribellando. In quel momento finalmente ha accettato: “Sia fatta la tua volontà”.


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12/01/12 h. 13.29
tarcisio dice:

non capisco, perchè se uno è felice quando ti sembra che sia trise, andiamo a rompergli scatole perchè sia felice. se è felice così allora vive la felicità .mandi tarcisio

12/01/12 h. 7.38
cg dice:

grazie miten, in queste settimane ti sento particolarmente vicino. personalmente l'accettazione ha strettamente a che fare con l'idea di un benevolo disegno; direi che sono congiunte. senza uno non c'è l'altra idea. è un po' come la storia del "è nato prima l'uovo o la gallina". ciao, g

11/01/12 h. 20.14
alberto dice:

Sebbene sia di quell'età biografica, in cui ipoteticamente si è sul piano della collina, all'altezza del km 35, trovo che più che colline toscane siano sarde, l'aridità, la sete, pervade queste strade trafficate di zombi, in cui a volte sono ben truccato mentre altre son io il morto che cammina, senza l'appiglio della cara Attenzione che sorregge la "mia" paura, la rabbia che provo, l'odio, la vana avversione. è arsura pura! sete di vendetta! Il veleno che ho bevuto l'ho preso nei primi chilometri, e sono ancora intossicato, drogato, isterico di questa idea di me... nelle centinaia di metri iniziali godevo di una felicità piena, scevra di immagini future con il bastone o di passati a galleggiare nel brodo primordiale...
Mi rincorrono le parole: ACCOGLI IL TUO PRESENTE CON IL CONSENSO DEL TUO CUORE ma spesso fuggo, scappo, mi rifugio in una grotta di io, tu egli... Ed è finita anche la lista di attesa.
Non c'è più tempo sto impazzendo!!!
Poi guardo le prime gemme che spuntano in questo inverno, i raggi del sole che attraversano le finestre, gli uccellini che si appoggiano sui rami, il buon cibo che ho il privilegio di mangiare, le persone splendide che scrivono dei testi ispiranti, le voci felici che circondano questa vita in cui gli diamo senso celebrandola e prendendola così com'è, perfetta nella sua caoticità, imperfetta nel suo ordine. ORA ACCETTO LA MIA OMBRA CON IL CONSENSO DEL RIFLESSO DELLA LAMA AFFILATA. E poi Amore Amore Amore.



P.S @Menno, tu credi ancora nel soggetto?

11/01/12 h. 17.46
Menno dice:

Quello che a volte mi lascia un po' li li, di questa distinzione fra rassegnarsi ed accettare è il fondamento dell'accettazione.

A volte scorgo nella bellezza il senso e la pienezza benevola della vita. Altre volte la tristezza mi fa vedere tutt altro che un disegno benevolo, una natura incurante e matrigna in stile leopardiano;
ok, rifletto quello che mi passa dentro, fin qui ci sono.

Il punto è: chi lo dice che la verità si mostri alla prospettiva del soggetto felice, e non a quello triste? Se è relativa al soggetto, come stabiliamo la Verità.

Forse c'è troppa filosofia occidentale nel mio pensiero. Ad ogni modo, nel frattemo, vivo, sorrido, e continuo a cercare verità, bellezza e amore.

11/01/12 h. 0.05
tarcisio dice:

ah vorrei risp ad aurora, sei stata forunata ag aver avuto la possibilità di conoscere e capire e ad amare ta madre in vita, son grandi maestre di vita, si siamo stati fortunati ciao
tarcisio

11/01/12 h. 0.01
tarcisio dice:

mandi,sono perfettAMENTE DACCODO CON te! la mia generazione e molto di più la tua, abbiamobuttato l acqua con il bambino dentro, ci siamo dimenticati della vita vissuta da bambini noi da ragazzi voi.
abbiamo buttato un eprienza di solidarietà per qualcosa di futile come l individualismo.
ora ce come dici te scendiamo la collina non abbiamo nessuno ad ascoltare l esperienze vissute.
penso che in questo momento dela società dobbiamo riprndere in mano e studiare un nuovo mododi essere famiglia,non basata sulla famigla di sangue, ma da una famiglia di frattellanza vera. una nuova archittetura abitativa,dove la centralità della cucina famigliare. di gnùf mandi tarcisio

10/01/12 h. 12.09
Samadhi dice:

Si caro Miten,quando nella sofferenza cerchi e soprattutto trovi i tratti che delineano un po'il disegno della tua vita stai accettando e non sei rassegnato.L'accettazione è un biglietto per il futuro,la rassegnazione una pesante pietra tombale.
Lieta di averti incontrato.

09/01/12 h. 22.40
Aurora Giannone dice:

"Accetto" Questa parola la dice sempre mia madre che ha appena compiuto 98 anni. Nel suo tono e modo di pronunciarla, sento che non si tratta affatto di rassegnazione ma di accettazione. Andando indietro nel tempo ricordo di averla sentita pronunciare la parola "accetto" molto, ma molto sovente. La sua accettazione è comprensione di ciò che è la vita. Per questo chi ha conosciuto, chi conosce oggi mia madre, la definisce una persona speciale.

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