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Paolo Bonacini

L'universo parallelo di Cortese


di Paolo Bonacini

La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia.

24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.)



Il 21 settembre 1992 venne ucciso a Pieve Modolena Nicola Vasapollo. Un mese dopo a Brescello toccò a Giuseppe Ruggiero. Come e perché lo racconta al processo Aemilia un uomo che si è autoaccusato dei due delitti per i quali era stato in precedenza assolto e risarcito.

Il condominio in cui viveva e nel quale fu ucciso Nicola Vasapollo si trova in via Oberdan a Pieve Modolena, nel comune di Reggio Emilia, a poche decine di metri dal centro commerciale Meridiana.

Quando ci passo davanti mi torna sempre alla memoria il 21 settembre del 1992. Arrivai lì con il mio cameraman mentre scendeva dalle scale la bara con il corpo di Vasapollo e registrammo le immagini, la disperazione dei familiari e l’ostilità verso i giornalisti che accompagnano spesso la documentazione dei fatti violenti di cronaca: il servizio che mandammo in onda su Telereggio è ancora oggi disponibile negli archivi digitali della televisione.

Venticinque anni dopo, al processo Aemilia, Angelo Salvatore Cortese - collaboratore di giustizia e memoria vivente della storia della ‘ndrangheta crotonese - racconta i dettagli di quell’omicidio riportandolo all’attualità, svelando i dettagli e i retroscena di una cruenta stagione che ha sparso sangue, nella guerra tra le cosche, tanto in Calabria che in Emilia.

La forza della sua testimonianza sta nell'incredibile capacità di ricordare nomi, soprannomi, parentele, dettagli ambientali, date e luoghi. E nella sua decisione di diventare collaboratore di giustizia nel 2008, mentre era in carcere per una condanna breve, due anni, legata al traffico di stupefacenti.

Lo diventa, racconta al tribunale il 9 febbraio 2017, perché amava una donna e perché aveva il vomito per il fango in cui sguazzava: “La Fratellanza… la Famiglia… non era vero niente”, dice con voce rapida, quasi a sorvolare sulle ragioni di un cambio di rotta assoluto, senza ritorno, che ci vorrebbe magari una vita intera per spiegare.

È difficile credere che Salvatore Cortese racconti balle, perché dopo la conversione (da pentito) ha confessato la partecipazione a una decina di omicidi, per due dei quali era stato addirittura assolto e rimborsato con 100mila euro per ingiusta detenzione. Sono i due che a noi più interessano perché commessi a Reggio: quello di Nicola Vasapollo, appunto e, solo un mese più tardi, il 22 ottobre, quello di Giuseppe Ruggiero a Brescello.

Salvatore Cortese era entrato nella ‘ndrangheta nel 1985, crescendo all’ombra della famiglia Dragone che governava a Cutro. Ad iniziarlo come picciotto fu Salvatore Dragone, figlio del boss Antonio. Due anni dopo passò di grado prendendo la camorra da Domenico Megna, dell’omonima Famiglia, e nel 1990 ebbe lo sgarro direttamente da Nicolino Grande Aracri, ancora legato ai Dragone.

Quando abbandonò la cosca aprendo i suoi archivi mentali alla Direzione Antimafia era un azionista del clan di Nicolino ed Ernesto Grande Aracri: faceva parte del gruppo di fuoco, il livello più alto, dove stavano i pochi uomini a suo dire di assoluta fiducia dei due fratelli: Vito Martino, Francesco Lamanna, Nicolino e Gianluigi Sarcone. Tre vivono in provincia di Reggio, il quarto a Piacenza.

Bastano poche parole a Cortese per disegnare le attività della cosca in Emilia: “Sulla droga il campo è libero, la vendono tutti: noi, la camorra, i siciliani, la mafia albanese. Nei lavori invece, nelle attività economiche, c’è l’assoluta supremazia della ‘ndrangheta dei Grande Aracri”.

E gli bastano poche parole per riconoscere gli uomini del clan dalle fotografie anonime che gli allunga la dottoressa Beatrice Ronchi della Dda: “Questo è Floro Vito Santino, fratello di Antonio. Camminava con una Lamborghini; mi è venuto a cercare perché aveva dei soldi che intendeva ripulire. Questo è Salvatore Silipo, uno intrallazzato in tanti affari: cocaina, assegni falsi. Gli hanno ammazzato il fratello perché aveva la brutta abitudine di andare a rubare nelle case private a Cutro. L’ha fatto uccidere direttamente Nicolino Grande Aracri. Questo è Carmine Sarcone, il più giovane dei quattro fratelli. Ha avuto dei problemi per una rapina nel veronese con Francesco Frontera, detto Provolone, e dopo si è trasferito a Reggio dai fratelli. Questo è Roberto Turrà, il fratello di Salvatore, che vive a Roncocesi. Lui trafficava in cocaina, faceva estorsioni: un po’ di tutto. Era affiliato col grado di camorrista”. E via così.

Di quei due mesi di venticinque anni fa Angelo Salvatore Cortese ricorda molti dettagli, forse perché li ha già ripetuti molte volte in molti interrogatori: “Per uccidere Vasapollo venne su da Cutro anche Nicolino Grande Aracri. Con lui venne su anche Antonio Macrì, alias Topino. Io incontrai Nicolino Sarcone e quel giorno fu lui a convincere Vasapollo ad aprire la porta. Era agli arresti domiciliari, chiuso in casa, ma di Macrì non si fidava. Di Sarcone sì. Dopo che aprì, gli spararono”.

Il fratello di Nicola, Giuseppe Vasapollo, era morto bruciato tredici anni prima nel rogo del locale Pink Pussycat a Reggio: un fuoco che lui stesso aveva appiccato assieme a un complice per intimidire i proprietari.

L’uomo che era con lui, Paolino Lagrotteria, aveva però preferito scappare piuttosto che tentare di salvarlo, ma la vendetta lo raggiunse a Cutro nel 1990: a ucciderlo fu il killer reggiano Paolo Bellini, divenuto amico di Nicola Vasapollo in carcere. Anche Bellini si autoaccusò di quell’omicidio dopo aver iniziato a collaborare con la giustizia.

È una catena senza fine quella che si può percorrere avanti e indietro nel tempo partendo da un singolo omicidio o da un singolo cognome: si arriva a dare risposte a un'intera carneficina, a riempire di volti l’album di famiglia di una grande consorteria criminale.

Vale per Nicola Vasapollo, vale per Giuseppe Ruggiero, ucciso un mese dopo nella sua casa di Brescello. “Doveva essere un omicidio eclatante”, dice Salvatore Cortese: “Nicolino Grande Aracri voleva dare un segnale forte sul suo controllo del territorio. Salimmo su io e lui con una scritta falsa, "Carabinieri", da incollare a una Fiat Uno blu che avevamo trovato da un ladro modenese. In un capannone sulla via Emilia verso Parma abbiamo sistemato l’auto e verniciato la cappotta”.

Nicolino Sarcone, sempre lui, capo indiscusso secondo Cortese della casa emiliana collegata a Grande Aracri, aveva portato in treno da Cutro due divise normali da carabinieri e una da brigadiere. L’autista della Fiat Uno era Antonio Valerio detto Pulitino, che aveva lasciato i Vasapollo e voleva la morte di Rosario Ruggiero, cugino di Giuseppe, che a sua volta gli aveva ucciso il padre.

“A volere morto Giuseppe erano anche Carmine e Pasquale Arena, che regalarono a Nicolino Grande Aracri venticinque milioni di lire per l’omicidio. Avevamo pianificato tutto: conoscevamo i movimenti di Ruggiero, sapevamo quando andava a lavorare con il suo escavatore e quando tornava a casa”.

Valerio era in libertà vigilata e rischiava grosso, ma quel giorno il suo travestimento era un bel lasciapassare. Si presentò con Angelo Greco e Antonio Le Rose a casa di Ruggiero e gli spararono. Poi cercarono di bruciare l’auto senza riuscirci. Aggiunge Cortese: “Io e Grande Aracri li aspettavamo con le nostre auto e dopo averli caricati siamo andati via. Ci ritrovammo tutti il giorno dopo a Milano”.

Succedevano queste cose a casa nostra venticinque anni fa; andavano in scena storie che si affiancavano alla vita quotidiana della comunità senza apparentemente toccarla, come un universo parallelo che si manifesta e diventa reale solo quando scorre il sangue dei morti ammazzati e le telecamere registrano il posto dove ciò accade, l’auto blu dei carabinieri che non assomiglia neppure lontanamente a quelle vere, le bare di chi viene portato via.

E il giorno dopo è tutto dimenticato, perché l’universo parallelo torna ad essere solo fantascienza. Magari fosse davvero così. Non ci sarebbe Aemilia.

(da "L’universo parallelo di Angelo Salvatore Cortese" - Cgil Reggio Emilia)


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