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Lunedì 20.11.2017 ore 03.22
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Nadia Covacci

Il potere del nuovo


di Nadia Covacci

Passano gli anni e quando metto sotto il naso un foglio bianco sul quale scrivere sento l’obbligo di ripetermi. Così torno indietro, ci ripenso.

 
“Questo l’ho già  scritto. Questo l’ho già detto. Questo è successo di nuovo”. E così via. Le notizie di mancata inclusione ripetono le stesse note, le proposte di creare ghetti non cambiano di una virgola, i treni sono sempre gli stessi, le strade anche, le spiagge non parliamone nemmeno, la vita indipendente continua a essere un miraggio che ti costa dolore quanto il prezzo del miglior cannocchiale esistente al mondo. 
 
Ora ci sono i vent’enni con disabilità che scrivono blog e articoli nei quali ritrovo ciò che io scrissi quando avevo poco o più la loro età. È avvilente e triste perché la vita per le persone con disabilità sembra non cambiare mai oppure farlo in modo così lento e rarefatto da non accorgersene.
Con il passare degli anni lo stupore delle persone ti coinvolge sempre meno e i tuoi orizzonti cambiano senza però smettere di sentire le ferite che la società e i luoghi ti infliggono quotidianamente.
 
Adesso però il ruolo di mamma single con disabilità mi ha regalato nuovi sguardi sulla vita che dondolano incessantemente dall’importanza di non cedere allo stigma a quella di non farlo subire alla giovane vita che mi accompagna. Ma ha anche moltiplicato le mie necessità e, inevitabilmente, le mie difficoltà perché organizzare le gite dalla breve giornata fuori casa alle vacanze estive comporta un’attenzione quasi morbosa ai dettagli dei luoghi che decidiamo di visitare. 
Tutto questo non per la presenza di un bambino, ma perché la persona con disabilità si sposta da sola e il mondo intorno nel 2017 non è ancora pronto per questo.
 
Zeno ha tre anni adesso, quasi tre anni e mezzo, ed è chiaramente in grado di supportare i miei spostamenti riconoscendo lui per primo dove possiamo o non possiamo entrare e con un grado decisamente ottimale di pazienza si interfaccia con i luoghi in prima persona. Per visitare le città bisogna essere sicuri di non ritrovarsi per la maggior parte del tempo a dover passeggiare sulla strada perché i marciapiedi non sono accessibili – e quando si è soli a spingere una sedia a rotelle le salite si sentono eccome. Il mare è improponibile perché non sapresti come stargli accanto in spiaggia e in acqua; si sa che in Italia le spiagge accessibili non solo sono pochissime, ma si limitano ad avere un percorso libero da sabbia o pietre che ti conduce al lettino, ma non ti permettono di entrare in acqua senza l’aiuto di qualcuno. La montagna non è percorribile nemmeno se si è accompagnati, figurarsi da soli. Bisogna trovare compromessi, studiare a fondo il percorso e avere a che fare con barriere architettoniche che molte persone con disabilità nemmeno percepiscono perché perennemente accompagnate.
E questa estate ha cominciato a prendere consapevolezza dei gradini come ostacolo e divieto.
 
“Dobbiamo entrare per pagare, ma c’è il gradino. Perché c’è il gradino?”, ha chiesto quest’estate presso un bar nel quale ci eravamo fermati a prendere un gelato gigante. 
Molte volte sorrido e lascio che sia lui a interagire e noto che le risposte che riceve sono molto meno scontate di quelle che potrei ricevere io. 
“Non si preoccupi, le porto fuori lo scontrino”, mi avrebbero risposto. E invece davanti alle domande che non si sarebbero aspettati da un biondino di tre anni rimangono un po’ perplessi e sono più pronti a dare spiegazioni, di quelle vere (o presunte tali). “L’edificio è molto vecchio, abbiamo aperto tanti anni fa e il gradino c’era già…”. Si impegnano per cercare di giustificarsi come se sia davvero importante placare il risentimento espresso. 
 
“Tu puoi entrare qua? Tu puoi salire? Tu ci passi?”. 
 
Credo che i bambini siano davvero la salvezza del futuro: hanno una consapevolezza, una capacità e un’apertura mentale tali da provare l’empatia in senso puro senza necessariamente arrabbiarsi di fronte alle impossibilità della vita. E ti aiutano a non arrabbiarti a tua volta. Sai che devi trovare un’alternativa adatta a tutti e il tuo sconforto diventa immediatamente resilienza per la ricerca di qualcosa di possibile.  
Sì, perché credo che il passare degli anni e la lentezza del cambiamento della realtà in cui viviamo noi persone con disabilità possano spegnere la speranza, la resistenza e anche l’entusiasmo per ciò che si può fare e cambiare. Ti impegni per anni con l’energia che hai in gioventù per spiegare, denunciare, esprimere e descrivere il mondo per come potrebbe e dovrebbe essere cambiato per includere tutti e poi dopo anni di assurde ripetizioni alzi lo sguardo e vedi che tutto è come sempre è stato se non per qualche sottile sfumatura color di miglioramento. E lo scoramento è tanto, credetemi, ma il possibile esiste se solo ci fermiamo un attimo a cercarlo.
 
Ti svegli al mattino, sei ancora viva e devi decidere se gettare la spugna arrendendoti alla realtà o prendere dall’armadio il mantello di supereroe e impegnarti a vincere. Ed è così decidi di indossare il mantello mentre usi la spugna per lavare via il senso di impotenza che non ti appartiene.
 
 


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