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Domenica 23.11.2014 ore 07.57
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Francesco Barbieri

Il giro del Po in soggettiva


di Francesco Barbieri



Come recenti fatti di cronaca hanno confermato, l’interesse di gran parte dell’opinione pubblica per le problematiche del paesaggio italiano sembra accendersi soltanto in occasione di calamità naturali. Ci sono persone che però si sono accorte da tempo della situazione d’emergenza in cui versa il nostro territorio e hanno deciso di impegnarsi direttamente nella sua difesa.

E’ il caso di Umberto Asti, regista e produttore, autore di due recenti documentari dedicati al territorio perifluviale padano: Argini, presentato nel 2010, e Acquedolci, proiettato per la prima volta a Boretto nel settembre di quest’anno, entrambi realizzati in collaborazione con la storica Marina Rossi.

L’approccio registico dei due filmati è sostanzialmente il medesimo: riprese in soggettiva, assenza di colonna sonora, grammatica asciutta che lascia totale spazio al fluire delle cose sotto l’occhio della telecamera, senza intellettualismi o eccessi interpretativi, in un’apertura all’esterno che sicuramente incontrerebbe il favore di Gianni Celati.

Mentre in Argini lo spettatore viene condotto in un viaggio nelle aree golenali e lungo le sponde del fiume Po, in Acquedolci ha l’occasione di scoprire svariate professioni fluviali semisconosciute che ancora resistono, come quella del meatore, del dragatore o del pontiere. I due documentari di Asti sono attualmente in trattativa per la distribuzione e si prevede la loro uscita in cofanetto nei primi mesi dell’anno venturo.

Abbiamo approfittato della disponibilità di Umberto Asti per fare due chiacchiere sui suoi film e sullo stato attuale del paesaggio basso padano.

Caro Asti, lei è di origine friulana ma da metà degli anni Settanta vive a Parma, dove ha avuto una casa di produzione e oggi lavora come produttore indipendente. Com’è arrivato a realizzare due documentari sul Po?
Una vita articolata mi ha portato, nel ’79, ad aprire uno studio in quel di Parma, con il quale ho progettato spot pubblicitari e documentari industriali.

Negli ultimi anni, la produzione indipendente mi ha permesso di agire con maggiore libertà. Sono nati diversi lavori tra cui tre documentari in Russia, un documentario su un piccolo circo il cui titolo è “Chapiteau”, un film realizzato su una nave nell’Adriatico. Poi sono passato al progetto sul Po con questi due primi lavori. Dico “primi” perché sono già all’opera su un terzo film, che si occuperà di musica popolare padana.

Amo molto le zone vicine al corso del Po, la particolarità della sua gente e la sua ricchezza storica; per questo, sebbene io sia nativo di Udine, ho deciso di esplorarle con la mia telecamera.

Ho preferito evitare interventi accademici: a parlare non dovevano essere le autorità dietro ad un tavolo ma le persone nel loro contesto di vita quotidiano. A livello di finanziamenti, ho ricevuto un piccolo contributo dall’Aipo ma ho usufruito soprattutto di sponsor e dell’aiuto della Film Commission dell’Emilia Romagna.

Quale è stato l’atteggiamento con cui ha intrapreso l’esplorazione delle zone basso padane?
Lo spirito con cui sono andato alla scoperta di questi luoghi nasce principalmente dalle suggestioni che negli anni, vivendo qui, ho saputo cogliere. Più che dalle letture, che poi si rifanno ai soliti autori, Guareschi in cima, l’ispirazione mi è venuta dal fatto di aver percorso questo fazzoletto di terra in lungo e in largo. Sono zone che amo molto perché mi trasmettono una certa pace interiore.

C’è poi un filo conduttore in entrambi i filmati, che è l’ambiente con il lavoro, e quindi con la persona; ambiente, lavoro e spirito di questa gente sono un tutt’uno, sono inscindibili, così come l’acqua del Po. E’ l’opposto delle grandi città, dove stress e nevrosi portano a fratture che non permettono lo sviluppo di un certo fattore armonico tra le varie cose.

Ho notato che in “Argini” ed “Acquedolci”, ma anche in altri suoi documentari, ha scelto di riportare le vicende di vita di figure marginali: circensi, burattinai, marinai, pontieri. Perché?
Viviamo in un mondo di divi, in un mondo in cui ci si autoreferenzia usando, soprattutto chi può, i mezzi di diffusione, i grandi altoparlanti di cui quest’epoca dispone. Io preferisco rivolgermi agli ultimi, quelli che non hanno le trombe. A mio modo di vedere per trovare un rimedio dobbiamo rivolgerci ancora a loro. Non dobbiamo cioè aspettare una risoluzione dall’alto ma dobbiamo cercarla in basso, nella parte sana anche della nostra nazione. L’isolamento, che sono andato a cercare con la mia macchina da presa, non è necessariamente una condizione tragica, come si potrebbe pensare, ma in certi casi permette di preservare un’autenticità rara e preziosa.

Da cosa deriva la scelta di una regia così semplice, che sembra evitare ogni artificio?
Tra i primi in Italia ad auspicare un ricorso a mezzi di ripresa semplici è stato Zavattini, insieme a Godard in Francia. Zavattini prevedeva che nel futuro sarebbe stato così facile superare il fattore tecnico che si sarebbe potuto non ricreare la realtà attraverso la fiction, ma raccontare la realtà sotto forma di fiction.

Preferisco, per il documentario, riprese che evitino un’eccessiva formalità, la quale provoca rigidezza; quindi cerco di rendere quel senso di reportage traballante che tradisce una certa improvvisazione. Le immagini che appaiono sullo schermo non sono sceneggiate, non le ho scritte io: questa è la realtà che lo spettatore avrebbe visto se fosse stato al posto mio ed è libero di ricavarne ciò che vuole.

Rispetto alla tradizione dei documentari ambientati nella bassa padana, lei come si colloca?

Ho ammirato molto il programma di Mario Soldati, “Viaggio nella valle del Po”, e lo ritengo un punto di riferimento. Possiamo dire che Soldati, in pieno boom economico e quindi con grande lungimiranza, ha immortalato un mondo rurale di cui metteva in dubbio il futuro. Nelle cose assai più semplici che sto facendo io credo si senta già la fine di questo mondo. Ammiro molto anche “Lungo il fiume” di Ermanno Olmi.

Mi sembra che ultimamente stiano nascendo diverse iniziative, non soltanto artistiche, che rivendicano una difesa del paesaggio. Penso ad esempio al Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, “varato” dalla prima assemblea nazionale tenutasi lo scorso 29 ottobre.
Non posso che pensar bene di ogni iniziativa per proteggere l’ambiente, messo a dura prova dagli interventi dell’uomo degli ultimi anni. Purtroppo mi sembra che i tentativi di sensibilizzazione siano tardivi. Siamo con l’acqua alla gola ma mi sento comunque di affermare “meglio tardi che mai”. Lo stesso “Acquedolci”, come viene detto nella premessa, è dedicato a tutti quelli che lottano per conservare le acque del fiume.



Quali sono gli umori che prevalgono in chi vive sul Po? Quale il futuro delle nobili ed antiche professioni che ha rappresentato nei suoi film?
I dragatori in “Acquedolci” dicono che da anni non ci sono più nuove assunzioni. Credo che questo sia dovuto non tanto ad una mancanza di volontà da parte dei giovani nell’intraprendere professioni tecniche, quanto a strettoie economiche.

Dalle testimonianze dei pontieri, navigatori fluviali, costruttori di imbarcazioni che ho raccolto, emerge quel famoso attaccamento di cui ho parlato, quel collegamento ambiente-persone che si esprime in una straordinaria passione per il proprio lavoro.

Nel film possiamo vedere esponenti di una certa tipologia di esseri umani al giorno d’oggi pressoché introvabile: cioè coloro che erano felici di fare il loro lavoro, che si realizzavano in esso.

Dunque prevale il pessimismo?
Non posso dire che tra le tipologie di persone che ho intervistato prevalga il pessimismo anche se gli impedimenti, soprattutto di natura economica, sono grandissimi e spesso il lavoro non viene riconosciuto adeguatamente.

In “Argini” un contadino dice che il pane viene venduto a 600 euro al quintale, mentre a lui lo stesso peso di grano lo pagano 20 euro. Finchè partoriremo un mondo di speculazioni, privo di riconoscimenti per la fatica ed il lavoro, non potremo pretendere che sulle rive del Po, un domani, ci siano dei coltivatori, della gente che ancora si entusiasma e va avanti.

Con i miei documentari tento di far riflettere su questioni che potrebbero diventare assai gravi e spiacevoli.


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06/11/11 h. 17.19
salomon dice:

Immagino che la cinepresa abbia sorvolato "per pura misericordia" e non per convenienza, le migliaia di tonnellate di rifiuti speciali stoccate nella golena borettese.
Immagino che il sindaco di Boretto e la sua giunta abbiano indicato al regista anche le piramidi golenali che svettano eloquentemente semplicemente fiancheggiando il Po.
Immagino che il regista si sia turato il naso, l'aria di fatti da quelle parti è polverosa e non si pretende che il regista si becchi un enfisema.
Però un bel documentario sulle piramidi borettesi potrebbe essere di grande interesse per il prefetto De Miro, non credete?

05/11/11 h. 17.32
paolo dice:

Caro Francesco anche io ti aspettavo da tempo e sono molto contento di poter rileggere i tuoi approfondimenti sul paesaggio e sugli sguardi emiliani che tu scovi e che metti in luce attraverso i tuoi testi.
Credo che appena mi sarà possibile cerherò di trovare il cofanetto con i due documentari che hai raccontato,sono molto curioso di vedere con i miei occhi le scene girate sul fiume PO da un regista che mi sembra particolarmente interessante. A presto.

05/11/11 h. 17.11
Stefano Antichi dice:

Bravissimo!!

05/11/11 h. 16.39
Un tuo ammiratore dice: dice:

Finalmente sei tornato.Era un bel pò di tempo che non si vedeva la tua firma. D'ora in poi spero di poterti leggere più spesso, perchè le cose che scrivi (almeno per me, che seguo con molto interesse i problemi inerenti il Po e la sua gente) sono senpre interessanti.

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