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Sabato 03.12.2016 ore 10.33
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Nicola Fangareggi

I nostri giorni con Nino


di Nicola Fangareggi

Non era solo una libreria. Era un luogo magico, accogliente, denso di misteri dove le pile di volumi accatastati ti affiancavano e sovrastavano come i grattacieli nel centro di Manhattan.

 
Platone, Queneau, le edizioni Einaudi, le preziose teche di Franco Maria Ricci rendevano l’esperienza del bimbo colto alle prese con un insospettabile luna park della cultura. Di là dal banco con quest’aria un po’ aliena, sempre in piedi tutto il giorno da mattina presto a sera tardi, evidentemente privo di qualsiasi bisogno di natura corporale e secco come un fiammifero schiudeva pagine, osservava punti alti e lontani nel locale completamente stipato e miracolosamente immobile, prendeva appunti, si concedeva lunghi pensosi silenzi. 
 
Non vi era mai folla. Anche perché i clienti che non gli stavano simpatici li cacciava. In modo educato, certo. Ma se li toglieva dai piedi. “Scusi, stavo cercando una guida…” “No, vada alla Moderna”. “C’è per caso il tale libro?” “No”. “Arriverà?” “No”. Cose così. Periodicamente passava un uomo della Digos. Faceva il pieno di riviste anarchiche, comuniste, borderline con l’estremismo rivoluzionario di fine anni Settanta. “Prego”. Non gli piacevano, quelli della Digos. Ma nel caso adottava il tono ipocrita-cordiale e lasciava che venissero compiuti i prelievi di turno.

 
Gli piacevamo noi, invece. Ragazzi solitari, un po’ timidi, cui si leggeva in volto l’ansiosa passione per la letteratura. In cinque minuti lui ti faceva sentire a casa – ma neanche a casa, meglio che a casa. Non c’erano distanze, salvo il citato banco. Che lui attraversava solo di rado, in circostanze eccezionali, mai per cortesia, in genere per cercare un volume lassù in alto, o imboscato dietro una vetrina senza che vi fosse alcuna minima cognizione di biblioteconomia a stabilire un principio anche solo assai generico di ordine e di efficienza. 
 
Alla Libreria del Teatro la biblioteconomia era una scienza non sconosciuta, ma inutile e perfino fastidiosa nella sua pretesa codificazione, poiché Nino Nasi (“Italo Nino”, invero: del primo nome, attribuitogli quando nacque in epoca fascista, faceva tuttavia a meno volentieri: era nato nel ’27, dunque in un anno di regime in via di consolidamento, ma il 14 luglio, giorno della Presa della Bastiglia, simbolo eterno di ribellione: a proposito di segni e di numerologia) scansionava nella propria mente ogni pertugio occupato nel locale e ne memorizzava collocazioni e non infrequenti spostamenti.

 
Come fosse possibile raccapezzarsi in una tale caotica scansione di volumi antichi o appena usciti, tra scatoloni di corrieri appena passati e pezzi storici da collezione, equivaleva ad arrendersi al mistero delle scienze esoteriche. Lui sapeva se quel libro ci fosse o no. Sapeva anche quale opera sarebbe riuscita a interessarti e quale invece non sarebbe stata adatta a te. 

Quando diceva “aspetta”, e si rifugiava nell’antro posteriore separato dallo spazio del negozio da un minuscolo cunicolo del quale era gelosissimo, e al quale mi risulta potemmo accedere nel corso di oltre mezzo secolo in rarissime ed eccezionali circostanze Pier Vittorio Tondelli e il sottoscritto – un onore assoluto secondo i codici di Nino, qualcosa di inimmaginabile anche per le eventuali massime autorità della repubblica – significava che egli avesse trovato e messo da parte qualcosa di specifico per te, qualcosa che avresti assolutamente dovuto leggere, e che era stato contrassegnato con un foglietto recante il tuo nome scritto a mano.

 
Credevi di incontrare un libraio, e non era solo un libraio. Anzitutto, era uno psicologo e un pedagogo. Ti leggeva negli occhi cosa avesse bisogno la tua formazione letteraria per accedere ai livelli superiori. E comprendeva pochi istanti dopo scrutandoti in viso chi saresti diventato nella vita, cosa avresti fatto e se per caso fossi stato adatto alla letteratura, al giornalismo – oppure negato proprio, e quindi meglio lasciar perdere. 
Decine, poi centinaia di ragazzi gli portavano testi dattiloscritti, diari, racconti, poesie, bozze di romanzo. La selezione era durissima e, come detto, in buona parte fondata sui criteri della fisiognomica. Lui incoraggiava alcuni, solo alcuni. “Scrivi!”, ordinava. Se tornavi a mani vuote, se la prendeva come un papà al quale dovevi confessare un brutto voto. “Ma non è niente di che”. “Non importa: tu scrivi”. Un imperativo. Un dogma.
 
*
 
Prima di diventare Tondelli, Pier Vittorio Tondelli detto Vicky era un ragazzone della provincia che frequentava il Dams a Bologna e che a Reggio si fermava solo ed esclusivamente alla Libreria del Teatro. Che avesse stoffa da vendere non lo aveva capito ancora nessuno – nessuno, appunto, escluso Nino Nasi, il quale tempestava regolarmente la Feltrinelli (non la Bompiani, cui passò solo al terzo romanzo, “Rimini”, per precisare il peraltro apprezzabile comunicato dell’attuale sindaco Luca Vecchi) spiegando loro che quella raccolta di racconti in stile post-beat che poi sarebbe diventato “Altri libertini” avrebbe meritato la pubblicazione.
 
Vicky veniva spesso, talvolta accompagnato dai genitori, i quali – come Nino – credevano assai nel talento del figliolo. Fumava insapori sigarette Milde Sorte che Nino gli concedeva ancorché avesse smesso di fumare da anni, e nonostante un orrendo posacenere appoggiato ovviamente su una pila di libri accanto alla cassa ricordasse a tutti che “baciare un fumatore è come leccare un posacenere”. Appoggiare le sterminate gambone, sdraiato a terra, era un problema per Vicky. Eppure interi pomeriggi d’estate trascorrevano così, a fumare e chiacchierare, in attesa di una chiamata da Milano. Che un bel giorno arrivò.
 
Il primo marzo del 1980 “Altri libertini” uscì nelle librerie italiane e pochi giorni dopo venne sequestrato da un pretore abruzzese per oscenità. Niente di meglio occorse per decretarne un immediato e trionfale successo di vendite, con tre ristampe consecutive e la consacrazione di Pier Vittorio come scrittore di culto della nostra generazione.
 
Durante gli anni Ottanta, che furono gli anni del successo e della maturazione anche letteraria, Tondelli lasciò l’Emilia per trasferirsi a Milano, cambiò editore e viaggiò molto per il mondo. La Libreria del Teatro rimase l’unico luogo in cui amava talvolta recarsi per salutare Nino e passare un po’ di tempo con lui. Raggiunta la notorietà, anche quel pezzo di establishment culturale reggiano cercò di avvicinarlo e di farselo amico, ma invano. Pier Vittorio era geloso della sua privacy. Qualche volta arrivava la sera e si fumava insieme nei paraggi di un concerto o per le stradine buie del centro storico.

 
 
Di giorno, quando si trovava in libreria, Nino fungeva da vedetta per avvertirlo dell’imminente arrivo di qualche politico o qualche assessore che certamente lo avrebbe annoiato con qualche interminabile discorso “da amico”. Allora Pier si rifugiava nel retro, il mitologico antro, e non se ne usciva finché l’importuno non fosse stato adeguatamente allontanato dal protettivo Nino.
 
*
 
In quegli anni per i giovani minimamente alfabetizzati di Reggio le possibili strade erano tre: il Pci, le parrocchie o Nino Nasi. 
Il Pci dominava tutto, a iniziare dalle scuole dove i ragazzi (più raramente le ragazze) referenti della Fgci avevano la responsabilità di svolgere attività politica all’interno di ogni singolo istituto organizzando manifestazioni, scioperi, attività extrascolastiche. 
 
Per quanto al tramonto su scala internazionale, era il modello sovietico correttamente importato in Italia e nell’Emilia rossa in particolare. La forza penetrativa di quel modello di socializzazione, che vedeva al centro la politica e al centro di essa il partito, ha continuato a segnare anche la mia generazione e almeno quella successiva in misura enorme. Niente che possedesse dimensione pubblica, soprattutto nel settore della formazione e della cultura, sfuggiva al controllo del Pci.

 
 
Riguardando oggi a quegli anni, e osservando gli ex ragazzi come il me stesso di allora, credo si sia trattato di una rinuncia ingiusta per loro. La matrice ideologica alla quale giocoforza venivano sottoposti impediva loro di aprire la mente come avrebbero potuto, scoprendo altri mondi, altre visioni, altre esperienze. 
 
Per i cattolici era diverso, ma non troppo. Qui Comunione e liberazione era debole, niente a che fare con la potenza di Milano e della Lombardia, mentre svolse un ruolo determinante come risposta alle derive postconciliari il non ancora cardinale ma già potentissimo Camillo Ruini. Erano parrocchie in gran parte scosse dal vento postconciliare e postsessantottino. Ma pur sempre parrocchie erano.
 
Tra le due chiese, e le macerie degli anni Settanta che avevamo alle spalle, la libreria di Nasi era il gommone che veniva a salvarci, un autentico microspazio di libertà intellettuale, una zattera lanciata sulle rotte dell’avanguardia. Non esistevano steccati ideologici ma passioni attraversate con i brividi e il cuore dei vent’anni: la letteratura contemporanea, i beatniks, il rock, i movimenti libertari, le riviste underground, l’arte, il fumetto, la poesia, ovviamente la musica. 
 
Di quello ci occupavamo, quello leggevamo. Quello amavamo. Nino stava avanti venti o trent’anni nella Reggio di allora. Lo sapevamo e lo sentivamo. Vivevamo lì. Era il nostro doposcuola. E sebbene diversi nelle idee, nei caratteri, nei gusti, nelle predilezioni tra noi si condivideva la consapevolezza un po’ arrogante di sentirci la meglio gioventù di allora. Una meglio gioventù di provincia ma priva di complessi e di sensi di inferiorità, comunque felice di essere se stessa.
 
*
 
Alla metà degli anni Ottanta la proprietà dell’immobile di via Crispi che ospitò prima di lui la non meno storica libreria Nironi e Prandi decise di cacciarlo fuori per collocarvi in sostituzione una delle tante boutique allora imperanti, le cui capacità di sostenere un affitto adeguato erano già certamente assai più larghe delle sue. 

 
Attraverso una serie di articoli sulla Gazzetta di allora, alla quale collaboravo da “biondino” di redazione, riuscimmo a mobilitare l’attenzione del Comune. Ricordo bene la sensibilità di Umberto Venturi, allora plenipotenziario dell’urbanistica, il quale mi volle cercare e mi disse: “Non passeranno”. Meno prodigo di parole di oggi ma assai concreto nell’amministrazione del governo locale, Venturi stabilì in accordo con la Soprintendenza che la bottega di Nino venisse vincolata come bottega storica – una misura alla quale tuttora il governo, e sono trascorsi trent’anni, pensa di ricorrere per tutelare il patrimonio storico del commercio italiano. 
 
La proprietà reagì in forma conflittuale, mobilitando avvocati e avviando cause che giunsero anni dopo addirittura al giudizio del Consiglio di Stato. Ma non vi fu verso: il Consiglio di Stato rigettò le istanze della proprietà e confermò la validità di un provvedimento tuttora valido. Il solo lato negativo di quella piccola e formidabile battaglia di difesa di uno spazio culturale privato dinanzi alla deregulation del mercato consistette nell’adeguamento abnorme del costo dell’affitto: un modo, forse l’ultimo, per indurre Nino a cedere.
 
Ma lui tenne duro, e la piccola opinione pubblica che si era nel frattempo unita al suo fianco con lui. Si mossero clienti importanti, che pure frequentavano la libreria da anni (quando entrava Achille Maramotti, in cerca di rarità, Nasi gli usava la cortesia di chiudere il negozio a chiave). Poi venne il Fai, Fondo italiano per l’Ambiente, che vi fissò la propria sede istituzionale locale: una scelta tuttora vigente e che merita applausi. Un sostegno all’affitto, cui non mancarono altri contributi di sponsorizzazione negli anni successivi.
 
*
 
Almeno sino al manifestarsi dei primi problemi di salute, comunque in età già avanzata, Nino non cessò mai di coltivare le sue passioni letterarie. Dell’intellettuale classico non possedeva nulla: né il fisico, né l’eloquio, né tantomeno il curriculum. Eppure so di non esagerare quando scrivo – non è la prima volta – che in mezzo secolo Nino Nasi ha fatto più per la letteratura di decenni e decenni di politiche culturali amministrative o assessorili. 
 
Il racconto pubblico di ciò che è stata la Libreria del Teatro gli dovrebbe rendere questo merito, e non so se ne esista oggi la consapevolezza adeguata. Quanto potrà durare senza di lui la Libreria? E come restituire la magia di quel luogo un tempo colmo della migliore gioventù intellettuale emiliana? Sono tempi difficili per l’editoria e lo sono ancor più quelli che attraversano l’azione eroica di tante piccole deliziose librerie storiche sparsa nei centri storici della Penisola. Allora mi chiedo cosa attendano i governi, i ministeri, le Regioni, i Comuni a misurarsi anche con questa sfida di civiltà. 

E con quale inconsapevole irragionevolezza parlino del patrimonio architettonico, culturale, ambientale e storico di questo Paese unico al mondo per la sua bellezza naturale e artistica senza che nel contempo si agisca con urgenza al primo dei problemi da risolvere, ossia la messa in sicurezza di quel patrimonio.



Abbiamo seppellito il territorio di cemento e inutili villette a schiera, infiniti plotoni di costruzioni orrende destinate ad uffici e negozi che mai nessuno aprirà, deportato i giovani in un non-luogo attaccato allo stadio dove tutto rimbomba e si confonde tra pessima musica, pessimo cibo e vestiti prodotti in Bangladesh il cui prezzo stracciato corrisponde alla paga di chi lo ha confezionato e alla qualità del medesimo. 
Abbiamo svenduto al marketing più bieco i luoghi e gli spazi della nostra identità comune, illudendo noi stessi che questo modello di economia ci renderà più ricchi in futuro – e nel frattempo ci impoveriamo sempre più, sia nel pubblico sia nel privato.
 
*
 
Nino amava l’Hemingway di “Fiesta” e andava matto per le corride, Céline, André Gide, tutti gli irregolari. Si commuoveva leggendo il De profundis di Oscar Wilde. A noi ragazzi ancora minorenni consigliava Kerouac, Ginsberg, tutti i beat tradotti dalla Pivano e persino Charles Bukowski. Ancora l’estate scorsa progettava una visita a Bologna per la mostra su David Bowie, che stimava profondamente. E ancora il giorno prima di lasciarci aveva chiesto a Patty, sua figlia, di procurargli gli ultimi pezzi usciti sui quotidiani nei quali si parlava degli effetti delle droghe – lui, che non fumava non beveva e faceva vita da monaco, e che tuttavia teneva in vetrina fin dalla fine degli anni Settanta i libri più “scandalosi” che fossero in commercio, dai mille metodi per consumare la cannabis alle strepitose prime edizioni dei quaderni di Re Nudo con i discorsi tradotti di Osho Bhagwan Shree Rajneesh.

Guardo i ragazzi di oggi e mi chiedo “ma dove lo trovano un posto così?” Meglio della mitica City Lights di Ferlinghetti a San Francisco, assai più affascinante della Shakespeare and Co. di Parigi, la Libreria del Teatro si incastona nella storia a prescindere dal futuro che verrà, perché ci sarà sempre da qualche parte, in quale zona sperduta del mondo, un cliente che penserà a Nino e alla sua passione maniacale per il Piccolo Principe, e gliene comprerà una copia edita nel dialetto locale portando una gemma in più alla già straordinaria collezione. I miti, in fondo, si coltivano così. 
 
 
 


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01/12/16 h. 21.10
Davide dice:

Nicola sta diventando sempre più il miglior cantore di una certa Reggio che c'era e che non c'è più. Ricordo con le lacrime agli occhi il ricordo di bonafini. Questo di nasi non è da meno. Grazie direttore

29/11/16 h. 18.43
Adolf dice:

Direttore ma cosa faceva nel retrobottega con Pier Vittorio Tondelli?!?!

29/11/16 h. 3.52
silvet dice:

Per tanti di noi, migranti vicini e lontani, ma, soprattutto, compagni, via Crispi era la Libreria del Teatro. E lui era la libreria! Tutte le settimane esponeva anche il nostro Umanità Nova e tutti i mesi (A) Rivista Anarchica. Eppure le copie vendute di certo non lo arricchivano! E a lui questo non importava. Quando entravo x le consegne mi salutava sorridendo:"Eehh veh qualcosa abbiamo venduto!". Quella frase  era carica di sostegno e di stimolo ad andare avanti. Non mi ha mai chiamato per nome e ho sempre pensato che non lo ricordasse. Un giorno, però, accadde una cosa che mi incuriosi' moltissimo. Ricordo che stavamo montando un impalcatura di tubi innocenti sulla quale installare grandi pannelli per un congresso nazionale della FAI con sede a Reggio, quando un anziano malfermo sulle gambe, tanto da usare una vecchia e lucida bici "Bianchi" come appoggio per camminare, si fermò e ci disse:"O si va di lì o non si va da nessuna parte!". E, mentre lo diceva, indicava il pannello con lo slogan:"CAMBIARE LA SOCIETÀ -COSTRUIRE L'ANARCHIA". A me scappò uno stupido ma sentito GRAZIEEE. Ma il compagno se ne andò curvo sul manubrio. Per un attimo rimasi estasiato come se avessi avuto una visione mistica! Cazzo, avevo incontrato uno dei famosi e invisibili vecchi anarchici reggiani! Girai lo sguardo verso via Crispi e vidi Nino intento ad osservarci soddisfatto. "Adesso lo vado a chiedere a lui" pensai. E così feci. Gli chiesi se sapeva chi fosse quel "vecchietto" e lui rispose:"Quale vecchietto?". Subito pensai davvero ad un'allucinazione. Poi risposi:"Scusa credevo lo avessi visto anche tu. Si è fermato con la bicicletta e ha fatto un apprezzamento al nostro slogan". "Con una "Bianchi" tenuta bene alla quale si appoggia per poter camminare?".
"Si proprio lui!!!", esclamai felice di essermi salvato dalla deriva mistica.
"Ma quello è un vecchio anarchico che tutte le settimane e da tanti anni viene a prendere Uenne. Lo piega in 4, se lo mette sotto la giacca e se ne va".
"Infatti non gli ho visto il giornale!".
"No non lo fa vedere perché parecchi anni fa in questa città gli anarchici non.......erano tanto ben visti.....diciamo cosi", concluse sorridendo il grande Nino. Però quel giorno mi saluto' per nome con "un ciao silvano" soddisfatto......
Ciao Nino e bravo Nicola.

28/11/16 h. 16.33
rasputin dice:

dovevamo girare la scena che lui si impicca al chiodo in caio la rivelazione
Lui faceva il sacerdote.
allora il chiodo non gli sembrava tanto robusto
....e io ma dai nino e' finzione..poi tu sei leggero....
leggero un tubo peso piu' di 57 kili
.....ok allora prendiamo un chiodo piu' grosso
.....alla fine abbiamo piantato un chiodo da cemento spaccando quasi mezzo intonaco.
era la chiesa sconsacrata di roncovetro era il 1981. anni d'oro.

28/11/16 h. 13.34
Gianni Vattani dice:

complimenti !

28/11/16 h. 13.13
Cg dice:

Grazie Nico, mi hai fatto piangere. Solo un appunto, ma lo farò con un intervento....

28/11/16 h. 12.44
Giovanna Gozzi dice:

Nino sarebbe lusingato di questo tuo omaggio letterario, caro Nicola.
Io,dal mio piccolo cuore, ti ringrazio.
Ti voleva molto bene.
A me,lo ha detto.
...
Racconterò un episodio memorabile e straordinario riguardo Nino.
Era un periodo che stavo approfondendo le letture sulla Beat Generation e mi colpì in particolare (io sempre aliena da ogni sostanza) il discorso sugli effetti delle droghe biologiche (si può dire oggi?) tipo il peyote ovvero il mitico, anche in senso letterario, fungo allucinogeno.
In una delle mie ricorrenti visite a Nino alla Mitica Libreria del Teatro, in un interessante scambio riguardo gli autori del periodo, gli buttai lì un:'Nino, cosa mi dici del peyote e del rapporto tra droghe/sostanze naturali e produzione artistica?'.
Lui mi guardò sornione, con un sorriso accennato, sparì come per magia in quello che tu chiami 'cunicolo' e riapparì per incanto dopo circa tre minuti con in mano un vasetto, dicendo : 'Grazie, hai fatto bene a ricordarmelo, è ora che lo esponga in vetrina a prendere un pò di luce'.
Nino è stato un grande per tanti/e che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, ottenendo la sua disponibilità sul piano della comunicazione.
Nino, te lo ripeto.. ti voglio tanto bene.
Faccio inoltre le mie più sentite condoglianze a Patty e alla Signora Rina (che non ho avuto modo di conoscere ma che Nino nominava sempre).
Sono sicura che lo sentiremo sempre e magicamente 'tra noi'.
Grazie Nino.

28/11/16 h. 11.54
nonnapapera dice:

Di capoverso in capoverso di questo scritto si costruisce la sottolineatura a tinte cupe di questi tempi insolenti ed ignoranti.

28/11/16 h. 10.59
Alessandro Roccatagliati dice:

Uno scritto memorabile, direttore: chapeau! Per una persona, e un'esperienza, che non andranno mai dimenticate.

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