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Mercoledì 23.08.2017 ore 17.27
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Ilaria Patti

Femminismo 2.0


di Ilaria Patti

Trovo sempre molto divertente l’equivoco e la mistificazione che si fanno oggi parlando di femminismo. Infatti non si tratta più di quel movimento culturale-politico degli anni ’70 in Europa, di matrice socialista e comunista, che aveva la finalità di superare le disuguaglianze di genere in un contesto che decisamente lo necessitava. Quel femminismo presentava un piano programmatico che, coinvolgendo diversi fronti della questione, mirava all’affermazione dei diritti sociali e civili per le donne: votare, lavorare, sposarsi con chi si voleva o non sposarsi affatto, divorziare, abortire, usare contraccettivi.



Ad oggi, tuttavia, questa parità è stata pressoché raggiunta, senz’altro a livello formale giuridico, costituzionale e cartolare, nel panorama europeo. Permangono però dei gap in alcuni settori.

Ciononostante il femminismo, per non rinunciare a se stesso né correndo il rischio di reinventarsi sposando cause al passo con le esigenze contemporanee, ha mantenuto la sua originaria accezione e il suo nome, spostando il piano d’azione su temi inesistenti, o con strumenti obsoleti da matusa, o in forme che di certo non veicolano femminilità e virtù.

Si assiste dunque a un femminismo immiserito e depauperato della sua forza ideologica prorompente, ridotto a fumosa e dagli indefiniti contorni rivendicazione liberistica e individualistica, di cui si fanno ambasciatrici combriccole di donne borghesi e radical che, vinte dalla noia della loro routine salottiera o universitaria, giocano alla rivoluzione proletaria contro spettri immaginari partoriti dalle loro sensibilità pretestuose e travisate.

Si è passati dunque dalla lotta per il diritto a votare, per il salario e per la libertà di disporre della propria sessualità alla lotta per gli asterischi neutri, ai vocaboli maschili della lingua italiana presunta sessista, alle scritte sulle magliette, ai giocattoli rosa negli ovetti Kinder.



È stata snaturata la relazione tra i sessi trasformandola in un’estenuante lotta politica a colpi di striscioni, manifestazioni e slogan, in difesa di una non meglio definita parità che, come dicevo, in Europa, nel 2017, può dirsi almeno in questi termini decisamente raggiunta. Il femminismo è stato convertito in tonnellate di luoghi comuni, banalità da strapazzo e retorica infinita a sfondo vittimistico e ovviamente nel segno della stella cometa del politicamente corretto.

L’antitesi del femminismo per come è inteso oggi è nient’altro che la consapevolezza che la distinzione tra i sessi non si giochi più sul campo della gerarchia tra superiore e sottoposto, ma sul piano identitario delle caratteristiche proprie dei sessi e delle personalità individuali.

L’emblema della donna indipendente ed emancipata nella società del consumo, che della tecnica è figlia, è collegato al consumo capitalistico di beni superflui, al consumo sessuale mercificatorio e smodato, all’imitazione maschile; tutti comportamenti che dovrebbero dimostrare un’altra non ben definita disobbedienza e trasgressione alle convenzioni e ai preconcetti a cui questa società del ventunesimo secolo impunemente c’incatena.

“Il cosiddetto femminismo non ha saputo concepire per la donna una personalità, se non a imitazione di quella maschile, sì che le sue rivendicazioni mascherano una sfiducia fondamentale della nuova donna verso se stessa, l’impotenza di questa a valere per ciò che essa è: come donna e non come uomo”: così J. Evola in "Rivolta contro il mondo moderno".

Libertà di non sposarsi ma anche di sposarsi, di lavorare ma anche di non lavorare, di divorziare ma anche di non farlo, è in realtà libertà sola di assoggettarsi al pensiero unico femminista, in base al quale compiere scelte autonome differenti da questo modello catapulta immediatamente la donna in una condizione di inferiorità e di dipendenza assoluta dall’uomo.

Questo “moderno” femminismo conduce la donna ad abdicare a se stessa, demonizzare come bestia di Satana la tradizione, la convenzione e le definizioni, per immolarsi sull’altare dell’emancipazione e dell'avanguardia che si manifesterebbe nella trasgressione del nudo (che nell’arte è stato sdoganato nel ‘500), nello stile maschile (che nella moda c’è sin dagli negli anni ’20 del Novecento), nella rivendicazione di diritti civili (che sono stati già ottenuti tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso).

Se il neo-femminismo europeo inizierà a farsi voce di nuove correnti culturali e di possibili approdi concreti e utili alla causa, mi interesserà. Finchè continuerà a parlare di quote rosa, Fertility day, Paola Perego sulle donne dell’est, grammatica sessista, curvy è meglio, manifestazioni da piazza e retorica da quattro soldi, mi resterà questa fastidiosa orticaria ogni volta che ne sento parlare.


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16/04/17 h. 4.56
geometro dice:

condivido ogni parola e per par condicio rivendico il diritto del maschio diplomato al Secchi di definirsi geometro.

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