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Mercoledì 24.05.2017 ore 19.49
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Paolo Bonacini

Così fan tutti


di Paolo Bonacini

La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia. 

24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.)




Succede molto spesso, nelle udienze di Aemilia, che gli imputati ricorrano alla linea difensiva del “reato meno peggio”. Quante volte si sentono parole, commenti, risposte, che sottendono un principio ritenuto chissà perché giustificazione legittima e spendibile: “L’ho fatto per aggirare la legge, perché in altro modo non si poteva, perché qualcuno me l’ha chiesto, ma non perché sono mafioso o colluso con la mafia”. Con l’aggravante spesso del corollario: “E’ cosa normale, è prassi comune, così fan tutti…”. 
Altre volte il modo ritenuto migliore per commentare fatti inequivocabilmente illeciti è ribaltarli a favore della suddetta tesi difensiva. Dice ad esempio Michele Bolognino, considerato un capo della cosca emiliana, durante la sua deposizione dal carcere: “Ma secondo lei Presidente, se io ero un capo mafia, andavo a lavorare alla domenica in cantiere a mettere autobloccanti per terra?” 
Il PM Mescolini non gli ha chiesto se era o non era un capomafia; gli ha chiesto come mai potesse entrare a lavorare nel cantiere pubblico di una ditta non sua e comandarne gli operai. Ma la risposta è suggestiva e sposta l’attenzione. 
 
Più o meno uguali sono tono e commento di Giuseppe Iaquinta, imputato quale “partecipe” dell’associazione mafiosa (416bis), quando lo stesso PM gli chiede come mai si trovassero a casa sua le armi di proprietà del figlio (l’ex calciatore della Juventus e della nazionale Vincenzo). Iaquinta non si accontenta di una ragionevole risposta: abbiamo deciso di non lasciarle incustodite quando mio figlio era via da casa. Ci aggiunge un commento: “Secondo lei, se la mia famiglia era mafiosa, i carabinieri le trovavano le armi a casa mia durante la perquisizione?”. 
Il che offre al dott. Mescolini lo spunto per replicare a provocazione con provocazione: “Perché, i mafiosi come fanno? Io non lo so; lei sì?”
 
Iaquinta padre e figlio usano però anche una terza strategia: accusare chi accusa, sperando di incrinare la sua credibilità. Lo aveva fatto il loro avvocato Carlo Taormina, denunciando un presunto abuso di potere (caso archiviato) dell’allora prefetto di Reggio Antonella De Miro che nel 2013 escluse l’impresa edile di Iaquinta dalla White List. Lo hanno rifatto durante le loro deposizioni in aula, padre e figlio, ciascuno a suo modo. Per il figlio Vincenzo le domande del Pubblico Ministero sono “assurde, non hanno senso”. Ed assurdo è che lui sia lì imputato in un processo per mafia. Quando nel pomeriggio si alza e se ne va “sbattendo la porta”, mentre interrogato è suo padre Vincenzo, commenta a voce alta dando le spalle ai giudici: “Non vogliono capire”. 
“Oggi stiamo pagando perché siamo calabresi”, è la tesi del padre, che risponde ad una domanda di Mescolini con una contro domanda: “Perché a me hanno ritirato il porto d’armi dopo la cena al ristorante Antichi Sapori e all’avvocato Sarzi Amadé no?” 
 
Padre e figlio si trovano nel luogo deputato per stabilire la verità dei fatti, il Tribunale, ma sfidano e non si fidano. Sfidano l’accusa, non si fidano di chi è chiamato a giudicarli.  
La quarta via spesso usata è quella di apparire buoni, ingenui, vittime della fiducia riposta negli “amici”. Lo scandianese Giuliano Debbi, ex amministratore (2005) della società Bioera (quella di Walter Burani, inserita cinque anni dopo dalla Consob nella black list delle peggiori società quotate in Borsa) si fida del giornalista Marco Gibertini (9 anni e 4 mesi di reclusione nel rito abbreviato), si fida di Liborio Cataliotti, avvocato amico di Gibertini, si fida dell’amico del suo amico Antonio Silipo (14 anni nel rito abbreviato), si fida di Omar Costi che gli fa buttare al vento milioni di euro in una società specializzata in fatture con clienti insolventi, si fida di un altro amico di amici che si chiama Alfonso Diletto (14,2 anni). La sua colpa sta solo nella fiducia, questo il messaggio che trasmette la sua testimonianza, e sarebbe un errore condannarlo per tentata estorsione in concorso coi mafiosi, perché a lui “il nome di Nicolino Sarcone dice tanto come quello di Charlie Chaplin”. 
Anche Mirco Salsi, ex vicepresidente della CNA di Reggio Emilia ed ex titolare della Reggiana Gourmet, si fida. Ad esempio del solito Marco Gibertini che sfrutta la sua popolarità di giornalista per inviare clienti al “ramo estorsioni e riscossione debiti” della ‘ndrangheta. Poi si fida di una imprenditrice bresciana, Maria Rosa Gelmi, che “si guadagna la mia fiducia”, dice nella lunga deposizione di giovedì terminata a tarda sera, e che gli scuce più di un milione e 300 mila euro in contanti e senza ricevuta dietro promesse di affari di cui non resterà traccia. Come si sia “guadagnata la fiducia” lo lascia intendere lo stesso Salsi quando dice: “Sono stato sedotto e abbandonato. La vittima sono io”. Ma le vittime d’amore normalmente non finiscono alla sbarra. 
 
Ancora amici, questa volta fotografati attorno a bicchieri di birra nel resort di lusso Porto Kaleo a Crotone. Ci sono Nicolino Grande Aracri, imprenditori locali, e ci sono pure Giuseppe Iaquinta, che nel resort ha un alloggio, e suo figlio Vincenzo. Sfortunato Porto Kaleo: in dieci anni per tre volte sono state distrutte o bruciate parti importanti delle strutture, e secondo la magistratura antimafia c’è un legame con le tentate estorsioni per almeno un milione di euro ai danni dei proprietari delle quali è stato accusato il boss Grande Aracri. C’è abbastanza “profumo di ‘ndrangheta” nell’aria di Porto Kaleo per consigliare cautela nello spiegare quella foto postata su Facebook, ma Giuseppe Iaquinta cosa dice in aula? 
 
“Eravamo quattro amici al bar come nel film di Tognazzi”, facendo un po’ di confusione tra la canzone di Gino Paoli e la pellicola di Mario Monicelli. E ancora, a ruota libera: “Sì, sono stato invitato al matrimonio della prima figlia di Nicolino Grande Aracri, perché da noi ancora le persone si rispettano. E’ una cosa vergognosa se qualcuno mi chiede perché ho pranzato con Grande Aracri: a casa mia può venire chiunque.” E il pensiero corre inevitabilmente a quanto detto qualche giorno prima da Michele Bolognino sul grande boss: “Se era mafioso o non mafioso, questi sono fatti suoi”. 
Ma torniamo alla strategia iniziale, quella del “meno peggio” e del “così fa tutti”, perchè gli imputati che offrono il miglior repertorio di declinazioni del tema sono Augusto Bianchini e sua moglie Bruna Braga nelle udienze della prima metà di maggio. 
 
“Ho passato dei momenti molto difficili”, dice lei, “mi terrorizzava il pensiero di quel subappalto mascherato con i lavoratori di Bolognino e dell’amianto trovato nei cantieri delle scuole”. E’ comprensibile che soffrisse, poi uno pensa che a lavorare con subappalti mascherati e a mescolare l’amianto con la terra, nel periodo drammatico del post terremoto 2012, era secondo l’accusa la sua azienda, non una venuta dallo spazio, e la comprensione cala. Il marito dice “No, non è vero che io e Giuseppe Giglio ci scambiavamo fatture false. Lui voleva aumentare il fatturato e io per simpatia e fiducia pagavo le sue fatture e poi recuperavo il contante”. Traduzione: “Sì, è vero”. 
Poi arrivano le perle migliori di Augusto Bianchini. “Avevamo tanti lavori da fare, presi in subappalto dalla CMC di Ravenna e dalla Coop7 di Reggio. Ma non avevamo le competenze per fare tutto. E siccome non si può fare per legge un subappalto di subappalto, l’unica alternativa era fare finta che gli operai fossero nostri anche se in realtà erano di Bolognino. Una seconda alternativa però c’era e gliela ricorda il PM: “Non prendere il subappalto per assenza di requisiti”. Ma per Bianchini questa ipotesi non ha senso, perché “è prassi trovare un escamotage. Lo fanno tutti”. E aggiunge: “E’ normale: assumere i lavoratori è l’unico stratagemma possibile, scusi.” 
 
C’è comunque almeno una cosa che (fortunatamente) non tutti possono o vogliono o riescono a fare, ed è mescolare amianto cancerogeno con altri materiali di scarto. E allora Bianchini offre una spiegazione diversa dal “così fan tutti”. E’ la teoria del complotto: “penso che qualcuno ce l’ha infilato di nascosto a nostra insaputa, perché l’Arpa lo ha trovato solo al terzo controllo”.  
Infine non ha senso, sempre per Bianchini, porsi problemi se i lavoratori prendono uno stipendio in busta paga che è un terzo più basso di quanto dovuto e se quel terzo Bianchini lo paga a Giglio (attraverso false fatture) che poi lo gira a Bolognino. Ma quando si arriva all’anello debole, debolissimo, di queste storie, rappresentato da chi lavora, si trova sempre qualcuno trattato peggio. Come i tre albanesi che vengono pagati dal loro padroncino, in un cantiere di Bianchini dato in subappalto, con una auto usata (una sola… da dividere in tre). Come coloro che avranno forse sperimentato il pensiero di Bianchini sul cosa succede quando chi comanda non è soddisfatto di un muratore: “Licenziarlo è una cosa normalissima”.
 
La cosa, per niente normalissima, che fa più rabbia, è che tutti questi signori cercano di apparire vittime al processo più che colpevoli, ma non nascondono di avere sballottato milioni di euro come fossero bruscoline. Come noi maneggiamo le monetine dei centesimi.
E’ una bella aggravante. 

(da Così fan tutti - Cgil Reggio Emilia)


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