Facebook Twitter You Tube Google Plus
Giovedì 20.06.2013 ore 12.23
6 Commenti
  • Aumenta dimensione testo
  • Diminuisci dimensione testo
  • Invia articolo
  • Stampa articolo
Matteo Donelli

Come lavorano i cinesi


di Matteo Donelli



Est, est, est. La rotta delle aziende occidentali è sempre quella. Ovvero risparmiare il più possibile sul costo del lavoro. 390 dollari al mese. Questa la media dello stipendio mensile in Cina nel 2010. Si stima che nell’arco di soli cinque anni il salario raddoppierà. I balzi salariali hanno avuto incrementi dal 30 al 60% (dal 2006 al 2010).

La Cina sta contagiando il resto dell’Asia dove si registrano sensibili aumenti in Thailandia e in Vietnam (anche se nel 2010 la paga media in quest’ultima nazione non arriva ai 100 dollari al mese). Ad aumentare più rapidamente dei salari è stato ed è, per fortuna cinese, la loro produttività. Pertanto il costo finale del prodotto “Made in China” non cambia in quanto il maggior costo del lavoro viene “spalmato” su una maggior quantità di units prodotte.

Dal 2001 al 2007 la produttività nella terra di Mao è cresciuta dell’11,1%. In assoluto il tasso più alto di tutta l’Asia emergente, contro il 3,5% della Thailandia, il 4% dell’Indonesia e il 5,4% dell’India.

I governi cinesi hanno lavorato intensamente nell’ultimo decennio per garantire il primato della produttività. I primati di output sono stati raggiunti attraverso infrastrutture, logistica, agevolazioni fiscali, stabilità politica e ottime risorse umane.

La Cina continua a investire milioni e milioni di RMB in aeroporti, ferrovie ed autostrade. Lo Stato investe direttamente nelle università erogando cospicui finanziamenti in borse di studio. La ricerca è considerata “high priority” per le amministrazioni pubbliche che utilizzano tali investimenti anche per una propaganda politica sulla classe emergente di giovani laureati.

La Cina resterà un'eccezionale piattaforma produttiva ancora per molti anni perché, cosi dicono gli esperti internazionali di economia, avrà sempre più una produzione ad alto valore aggiunto.

Nella mia visita nel Guangdong, avvenuta a fine 2009 per motivi commerciali, sono rimasto colpito nell’assistere involontariamente ai primi scioperi aziendali. Bandiere davanti agli stabilimenti e cortei. Come gli scioperi che si vedono in Italia. Ma per la Cina si trattava di un punto nodale della propria rivoluzione industriale. Un punto di grande sviluppo.

Nel 2008 il governo cinese ha varato la riforma del mercato del lavoro portando appunto ad aumenti salariali e all’introduzione di nuove regole che disciplinano gli straordinari e i contributi previdenziali. Ma la novità dirompente della riforma è stata l’introduzione dei sindacati aziendali. Da quel momento i lavorati hanno capito che potevano chiedere di più e cosi è stato. Una sorta di civilizzazione del mondo del lavoro, come da noi in Occidente, ma chiaramente pilotata con maestria dal governo cinese.

Un governo che continua a concedere alla classe operaia allo scopo di far aumentare il consumo interno e quindi far aumentare il mercato cinese. Le aziende che hanno saputo accogliere le richieste delle maestranze introducendo allo stesso tempo maggior efficienza nella produttività non hanno avuto contraccolpi negativi da questo forte cambiamento dovuto al rafforzamento del diritto del lavoro. Ovviamente, però, le aziende la cui produzione ha un basso valore aggiunto e poca modernizzazione nei processi produttivi hanno avuto difficoltà o sono state costrette a chiudere bottega. Ma per queste realtà, come gli stessi politici rimarcano, non c’è spazio in un mercato cinese che guarda sempre più a standard produttivi di alta gamma.

Da questa sua prima lotta sindacale della sua storia sia l’operaio che l’imprenditore stanno uscendo entrambi più forti e più ricchi perché si produrrà di più e meglio. In Italia le nuove guerre sindacali, importanti quanto si vuole, non hanno un fondamentale aspetto di base, ovvero la crescita produttiva.

E non si cresce perché semplicemente non si investe sufficientemente in ricerca, infrastrutture e in risorse umane specializzate. Il sorpasso economico della Cina nei confronti dell’Occidente è stato sagacemente preparato e previsto dal governo cinese.






  • Condividi:
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • Aggiungi a Technorati
  • OKNotizie
03/09/10 h. 22.06
iSakurambo dice:

Certamente le sedi produttive sono in grado di eccellere nella qualità del prodotto finale, ma come dice il collega vincitore della schedina del totocalcio di Pepponica memoria, sono i committenti spesso occidentali, che con poco riguardo verso il cliente finale preventivano un buon margine di guadagno chiedendo un ciclo produttivo low cost.

Quindi che la causa sia il committente o il produttore Cinese la qualità resta per il consumatore Europeo un problema.

Quando non avremo più soldi per acquistare i prodotti cinesi non potendo magiare brioches faremo forse la rivoluzione anche noi, ma oggi potremmo opporci al prodotto made in China (o PRC) producendo qualcosa di qualitativamente superiore e difficilmente riproducibile, forse un'utopia, forse unica speranza per la nostra produzione, ma la guerra e la rivoluzione è meglio lasciarle come ultima opzione (meglio evitabile).

25/08/10 h. 14.26
Pepito Sbazzeguti dice:

hanno una settimana di ferie all'anno, max 10 gg. La qualita' la determina il committente...
Questa della qualita' scarsa del made in China e' una favola che raccontano per dare l'illusione che possiamo stare tranquilli, ma non e' cosi'... c'e' invece da preoccuparsi e parecchio, come puo' esserci competizione "fair" nella diseguaglianza? La globalizzazione ha dato un beneficio nell'immediato ma distruggera' l'economia tradizionale dell'occidente, portera' prima miseria poi rivoluzione e guerra.

15/07/10 h. 16.34
iSakurambo dice:

Sig. Donelli ottimo articolo, chiaro e coinciso.

Una domanda, alla crescita di produttività dell'11,1% dal 2001 al 2007 è corrisposta anche una crescita nella qualità del prodotto ?

Perché se non ho dati da poter "constestare" l'ottima crescita produttiva Cinese (e come potrei essendo sotto gli occhi di tutti), da consumatore Europeo posso attestare che il prodotto Made in China (o PRC che sia) lascia spesso a desiderare e non sempre costa meno...

Sarebbe opportuno accompagnare questo articolo con un altro, che non parli sono di quantità ma anche di qualità, lei consa ne pensa ?

14/07/10 h. 15.48
Francesco dice:

Le analisi di Donelli sono puntuali. Se ne trovano di simili su autorevoli giornali esteri che si occupano di economia. Questo testimonia la sua serietà: non è un italiano che va in Cina per fare il turista, ma cerca di capire e soprattutto studia.

14/07/10 h. 12.19
Il paradiso dice:

Voglio andare a lavorare in Cina, lì si che ti trattano bene. Se vuoi, ti fanno persino scioperare... é incredibile!

14/07/10 h. 11.45
Grazie dice:

in tanti articoli letti su tanti blasonati giornali a proposito del modello di sviluppo cinese, non ho mai trovato un'analisi come questa (peraltro suffragata da fatti), esposta in poche chiare righe. Un'analisi che non si ferma ai confini cinesi, tra l'altro, ma che ci riguarda da vicino sotto molti aspetti. Bravo Donelli.

Esprimi il tuo commento
I commenti sono moderati e saranno pubblicati solo dopo l'approvazione della redazione.