Facebook Twitter You Tube Google Plus Flipboard
Giovedì 30.03.2017 ore 20.25
Sei qui: Home | Capitani coraggiosi
2 Commenti
  • Aumenta dimensione testo
  • Diminuisci dimensione testo
  • Invia articolo
  • Stampa articolo

Capitani coraggiosi


La Gazzetta indica in un miliardo e mezzo di euro la perdita di valore complessivo dei crac dell’edilizia cooperativa, definendola la più grave della storia recente nelle pratiche di dissipazione del denaro pubblico. I numeri sono effettivamente drammatici, sebbene non si tratti di denaro pubblico. E nella graduatoria temiamo che Bipop-Carire prima e Fondazione Manodori poi possano vantare numeri più consistenti.



Stiamo parlando di sciagure imprenditoriali, di ricchezza sfumata, di posti di lavoro volatilizzati, di know-how industriale dissolto, di risparmi bruciati. La differenza mediatica consiste nell’estrema visibilità delle cooperative – la cui storia a Reggio Emilia ha vissuto pagine gloriose, e dove comunque vige un modello di compartecipazione dei soci ovviamente diverso rispetto all’impresa privata – e, per contrasto, quella sorta di prudenza con cui storicamente i media locali affrontano le crisi di fior di gruppi industriali finiti in malora. Banche comprese.

* * *

È crollato il settore dell’edilizia, non è crollato il mondo cooperativo il quale, di converso, ha registrato in questi anni la crescita di aziende che hanno saputo diversificare, ampliarsi, rinnovarsi. Esistono casi di successi eccellenti nei servizi (Coopservice) e della distribuzione alimentare (Cir Food, cresciuta moltissimo fuori zona). Le cooperative sociali hanno i conti in ordine e quelle “laiche” non si comportano certo peggio di quelle “cattoliche”.



A volte è sbrigativo dare la colpa alla politica. Spesso è questione di management, di presidenti che non cambiano, di chiusura mentale, di mancata visione del mondo, di competitività. Chi di voi si sarebbe aspettato, osservando dieci anni fa in tv Annamaria Artoni discettare di macroeconomia con ministri e supermanager, che oggi l’azienda che ha ereditato sarebbe stata a un passo dal fallimento?

 
Ci sono aziende i cui capifamiglia, imprenditori di prima generazione, hanno anticipato il rischio e venduto per tempo. Il caso di Brevini è eclatante. Eppure l’attenzione dei media tende a essere minore nello scoprire aziendine formidabili che detengono quote di mercato di nicchia sul mercato mondiale e che continuano a fare grandi le nostre esportazioni. Guardate Grassi a Viano, per dire. O il caso più strepitoso: Fulvio Montipò, il quale potrebbe anche godersi la meritata pensione dopo decenni di lavoro, strabilia i mercati con la sua Interpump, compra aziende, reinveste gli utili e realizza utili mostruosi. Concedendosi persino il lusso civico di ristrutturare palazzi in rovina in centro storico.

http://www.24emilia.com/immagini/economia/montipo_fulvio_555.jpg

Reggio e provincia hanno posto le basi per subire più di altre province disastri e strascichi della crisi infinita che attraversiamo per una serie di circostanze coincidenti che in larga misura si sono concentrate negli anni Novanta. Non perché la cooperazione sia un mondo cattivo e il privato un mondo buono, come ripete stucchevole da anni una destra purtroppo mai adeguata culturalmente e politicamente a rappresentare un’alternativa credibile, quanto perché in quegli anni si misero insieme interessi affini e particolari dai quali il bene comune rimase, volontariamente o meno, escluso.

* * *

Lo abbiamo scritto per anni. Il boom edilizio degli anni Novanta – i cui effetti si avvertono ancora oggi, perché l’urbanistica quando mancano i quattrini può avere tempi lunghi – derivò dall’interesse della politica (un’idea sbagliata di crescita, cementificatoria, arraffona, priva di cultura, molto aggressiva) a favorire il business dell’edilizia, la crescita drogata dei costi, l’accordo non esplicito ma fattuale tra società rispettabili che vincevano appalti e poi subappaltavano a società minori (spesso cutresi, com’è noto, e talvolta non proprio specchiate, come il processo Aemilia sta dimostrando), la complicità vorace delle banche, che erogavano mutui senza controllo speculandovi a man bassa e spesso mancando ai propri doveri di controllo.



Crollata Lehman e crollato il sistema, qualcuno ce l’ha fatta, altri sono finiti male. Perché? Certo, per le molte ragioni che vengono richiamate nella volgata comune, tra le quali certamente (almeno in alcuni casi) una relazione non corretta con la politica. Ma nessuna politica, nemmeno la più corrotta del mondo, è in grado di sovvertire l’onda del mercato quando il mercato si prosciuga.

* * *

Sulle spoglie della vecchia cara buona Cassa di Risparmio vennero commesse operazioni che solo la disattenzione di Bankitalia, Consob e magistratura resero possibili. Le stesse che abbiamo visto in anni successivi devastare i conti di Carige, Etruria, Veneto e via dicendo. Prodotti finanziari ad alto rischio vennero bellamente piazzati nei portafogli di risparmiatori in perfetta ingenua buona fede senza che tra collocatore (obbligato dalla banca a farlo) e acquirente si stabilisse quel minimo di trasparenza indispensabile in materia come questa. Società di raccolta e gestione del patrimonio privato hanno svolto studi sull’impatto di tale vicenda sulla ricchezza media dei reggiani. Sono numeri importanti. Ma, prevalentemente, si è taciuto. Perché? Perché spesso ammettere gli errori fa male, perché si teme che il nemico sia troppo forte da affrontare; e anche per un tratto contadino-provincialistico che sopravvive nella mentalità dei reggiani, per cui fare la figura del fesso è peggio che passare per onesto gabbato.

* * *

Di più, noi reggiani tendiamo a scontare un complesso di inferiorità verso altre realtà (vedasi Parma, e in misura minore anche Modena) sul senso identitario della nostra storia. Sia chiaro: chi scrive è da sempre ostile ai campanili, considera l’Emilia-Romagna una meravigliosa metropoli policentrica che da Piacenza a Rimini dispiegherà presto la propria forza caratteristica suddividendosi i compiti e restringendo le distanze sia mentali sia geofisiche. La mia generazione non farà in tempo a vederla, ma una linea di metro sopraelevata a impatto zero collegherà i centri urbani in pochi minuti, mentre la viabilità ordinaria sarà semplificata e ripulita grazie ad automezzi elettrici non inquinanti e, spesso, autoguidati.



E tuttavia la zavorra del campanile sopravvive secondo logiche primitive tipiche della provincia, il che confligge in forma clamorosa con i successi spesso eccezionali delle nostre piccole e medie imprese in giro per il mondo. Cito solo un esempio che si collega all’annunciato progetto Arena Campovolo: Rcf, che ne curerà la tecnologia del suono, è leader mondiale del settore. È un’azienda nata qui, totalmente reggiana, è cresciuta negli anni senza che ce ne siamo accorti. Per studiarne la qualità tecnologica vengono dagli Usa e dal Giappone.

* * *

La politica non ha niente a che fare con la capacità o meno di creare ricchezza e benessere. Non è nemmeno il suo compito. O meglio: ne assume le capacità quando si tratta di porre le condizioni per uno sviluppo armonico della società, e soprattutto quando si tratta di liberare i popoli dalle dittature e di tutelare i più deboli dalle ingiustizie.

* * *

Non è il nostro caso, per fortuna. L’Emilia ha goduto nel secondo dopoguerra dei grandi vantaggi derivanti dal consociativismo geopolitico che legava Dc e Pci. Togliatti, che ne aveva viste tante nell’Urss di Stalin, spense da par suo ogni sciocca velleità rivoluzionaria e impostò una realpolitik che più tardi venne raccolta da Berlinguer. Nelle regioni rosse, un Pci coperto di quattrini provenienti da Mosca via Botteghe Oscure e dai lauti contributi garantiti da uno Stato che certo non si preoccupava di indebitarsi amministrava questa inattesa e sconosciuta ricchezza illudendosi che fosse per sempre. Risparmiato da Tangentopoli, il postcomunismo italiano trovò le sponde che poteva per sopravvivere politicamente, ma dovette anch’esso operare in silenzio una drammatica cura dimagrante. Guardate Palazzo Masdoni in via Toschi, le Botteghe Oscure di Reggio, ora recuperato agli antichi splendori. E chiedete ai più anziani tra noi che frequentavano il Pci se mai si fossero chiesti da dove provenisse tanta possibile esibita ricchezza.

* * *

Se non si indossano gli occhiali della storia, ma anche della sociologia e dell’antropologia, ogni ragionamento sulla crisi delle coop edili di oggi rischia di non essere compresa. E infatti il ceto dirigente continua a non capire, perché si danna nel rincorrere la velocità del mondo che cambia senza riuscire a tenervi il passo. Cosicché all’analisi si sostituisce lo slogan, alla pagina di ragionamento si sostituisce il tweet, e all’informazione corretta subentra la propaganda.

* * *

Nel Novecento siamo stati dapprima poveri, talvolta molto poveri, poi con la Repubblica siamo diventati ricchi e talvolta qualcuno molto ricco. Oggi viviamo un altro secolo. Lasciamo a chi viene dopo di noi una ricchezza materiale ancora importante, ma ho la sensazione che due skill indispensabili per i prossimi decenni non siano state focalizzate e trasmesse in forma adeguata: l’apertura mentale (ossia la capacità di affrontare il futuro con coraggio e fiducia in se stessi e negli altri) e quel bagaglio di conoscenza del passato che mi pare oggi, nelle generazioni più giovani, sia considerato del tutto inutile. È un errore che prima o poi qualcuno pagherà.


  • Condividi:
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • Aggiungi a Technorati
  • OKNotizie
30/03/17 h. 1.52
Antichi splendori dice:

Devo aver perso qualche colpo ....Il restauro di palazzo Masdoni è finito?
Dovrò fare un gita a Reggio
.....

29/03/17 h. 20.20
Fabrizio Bigi dice:

Ottimo articolo!

Esprimi il tuo commento