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Giuseppe Dossetti

Amatevi gli uni gli altri


di Giuseppe Dossetti

Quinta Domenica di Pasqua, Anno C – 2 maggio 2010
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,31-35).

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi…. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

* * * * * * * *

Il fascino dei discorsi con i quali Gesù prende commiato dai suoi discepoli (capitoli 13-17 del vangelo di Giovanni) sta anche nel linguaggio, apparentemente semplicissimo, ma in realtà così denso da sembrare quasi esoterico.

Cosa vuol dire, infatti, “comandamento nuovo”? Nuovo perché? Ci sembra anzi così scontato: quale religione o filosofia non parla di amore? Oggi, addirittura gli uomini politici. Gesù ha molti concorrenti; vediamo se riusciamo a scoprire qualche novità nel suo “comandamento”.

Anzitutto, si parla della reciproca “glorificazione” del Padre e del Figlio, cioè di Gesù stesso. Il termine indica una rivelazione, che cambia la relazione di Dio con l’uomo, rende Dio accessibile per una vita nuova. Ora, questa glorificazione è già avvenuta. Dove, quando? Quando Gesù ha detto a Giuda: “Quello che devi fare, fallo subito!”.

Gesù ha dato il via, con sovrana libertà, al sacrificio della sua vita: ma questo sacrificio rivela l’intimità del rapporto tra Gesù e Dio. Gesù afferma oltre ogni limite che Dio è Padre, che non abbandona neppure nella morte, e la sua consegna filiale giunge al dono della vita. Ma, nello stesso tempo, Dio si rivela in quell’uomo crocifisso: chi sia Dio, non lo diranno più i filosofi e neppure i sacerdoti delle religioni, gli specialisti del culto, ma coloro che accettano l’enormità di una rivelazione “sub specie contraria”, come dice Lutero.

Qual è la “gloria”della Croce? E’ la sua forza totalizzante: nulla e nessuno viene respinto: non il misero, non il peccatore, non lo schiavo, non l’angosciato, neppure l’ateo, se Gesù stesso ha detto: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. La Croce è l’ostacolo che Nietzsche non è riuscito a superare, nella sua pedagogia dell’”uomo superiore”: la Croce rende impossibile ogni frazionamento castale dell’umanità e permette a Dio di raggiungere l’ultimo degli uomini e a questi di aspirare a partecipare alla vita divina.

L’amore diventa così una forza inclusiva e universale, che frantuma ogni appartenenza particolare, non per uno sforzo volontaristico richiesto agli animi nobili, ma per un fatto ormai irreversibile: come dice Paolo,“Uno è morto per tutti. Quindi, tutti sono morti”, cioè ogni identità precedente è giunta al suo termine e tutto ricomincia per coloro che si pongono di fronte a quell’Uno.

Comprendiamo allora anche la frase che segue: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Quel “come” non ha un valore semplicemente comparativo, quasi che Gesù si proponga come modello e quindi rivolga un’esortazione morale; esso è un “come” fondativo, un po’ come il nostro”siccome”: proprio perché io vi ho amato fino alla Croce e così ho abbattuto le barriere tra voi e il Padre, ora voi potete amare, avete la libertà di amare, avete in voi un principio nuovo, che sorregge il vostro impegno morale.

Di qui, il valore di testimonianza della vita del cristiano e l’aspettativa che gli uomini giustamente hanno nei suoi confronti. Dal cristiano si pretende di più. Ecco perché non convince il tentativo di condividere certe colpe con altri colpevoli, magari portando statistiche favorevoli. E’ molto più convincente la franca ammissione, unita all’umile richiesta di perdono. Il Dio dei cristiani viene glorificato sia dalla grandezza della santità, sia dal riconoscimento di far parte di quell’umanità che è responsabile della croce del Figlio di Dio, ma che a quella croce si appella continuamente per ricuperare la dignità e un nuovo inizio.


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