Oggi guardavo il Crocefisso durante la Messa, e mi stupivo dell'ipocrisia con cui viene rappresentato, perché si vede un uomo lindo, composto, timidamente appeso ad una croce, con qualche piccola goccia di sangue che scende in modo molto discreto e pittoresco, tant'è che potrebbe rappresentare un uomo leggermente ferito, un malato con due linee di febbre, un crocefisso per buonisti e schizzinosi.
Un uomo crocefisso è carne che marcisce, è sangue che puzza, è vomito e urina, è piaghe coperte d'insetti, è urla e gemiti inenarrabili, è la vergogna di un corpo che cede, che si disfa, che si mostra anche dove non vorrebbe mai essere denudato, è un corpo appiattito dal Male, come quello di certi malati terminali, irriconoscibili nella loro lenta e inesorabile agonia, è sudore amaro, è lacrime, è un volto stravolto, è angoscia e orrore profondo, un buco nero di pazzia, un incubo, la faccia mostruosa della morte che banchetta con la tua carne.
E' questo il Cristo che dovremmo tenerci davanti ogni domenica, è questo quello che dovrebbe farci vergognare del nostro tiepido cristianesimo, è questo che dovrebbe raccontarci il senso unico della vita: si nasce per arrivare a scontrarci con il Male ed esserne crocefissi, e poi con fede e solo grazie a Cristo risorgere a Vera vita eterna, a vera luce, a vera verità, a vera bellezza, a vera gloria, a vero amore.
Lo dica padre, che il crocefisso che vediamo nelle nostre chiese è una foto sbiadita e non veritiera, è una imitazione che non arriva al cuore, e che se vedessimo davvero tutte le piaghe di Cristo dovremmo nasconderci per la nostra viltà.
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43).
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
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Ormai alla vigilia della sua passione, Gesù esprime in questa parabola l' angoscia di fronte al rifiuto che il suo popolo, nella persona dei suoi capi, gli oppone. Egli colloca se stesso nella serie dei profeti, respinti e talvolta uccisi nella storia di Israele. Il giudizio è ormai prossimo, la vigna passerà ai popoli pagani. Il messaggio è lo stesso della parabola dei due figli, di domenica scorsa; ma, al posto della parola sferzante sui ladri e le prostitute che passeranno davanti agli osservanti della legge, oggi il tono è triste e accorato: perchè tanta violenza e tanto sangue, versato da chi ha ricevuto doni di singolare larghezza, di chi ha goduto della fecondità della vigna, di chi è stato protetto dalla siepe (la siepe era l'immagine della Legge), così da non confondersi con l'aridità e la miseria morale degli altri popoli?
La domanda attraversa anche la storia della Chiesa e del mondo contemporaneo: in nome di Dio si è ucciso e si uccide. Ci si richiama a lui, per rivendicare una superiorità, ma è meglio che egli rimanga lontano, nel suo empireo, senza porre richieste, senza chiedere “frutti” che possano scomodare. Egli ha parlato, ha dato la Legge, essa è interpretata autorevolmente, magari anche promossa dal braccio secolare; del suo Autore non c'è più bisogno, visto che ci sono i suoi delegati. Opportune interpretazioni permettono di smussare le esigenze più radicali; la custodia dell'eredità conferisce la confortevole sacralizzazione di un potere che può presumere di essere benefico verso i sudditi.
La domanda angosciosa: perchè nel nome di Dio si può arrivare a uccidere?, è stata posta da san Paolo nella lettera ai Romani, al capitolo 7: il “peccato”, che Paolo quasi immagina come una realtà personale, mostra la sua virulenza nell'usare, per il suo scopo di morte, non solo le cose cattive, ma anche quelle buone, come appunto la Legge.
La ragione sta nella rivendicazione dell'”eredità”: i contadini vogliono disporne, senza doverne rendere conto. In altre parole, la radice sta nell'idolatria: persino il Dio vivo e vero viene trasformato in un idolo, il cui culto serve da supporto alla violenza e all'orgoglio dell'uomo.
L'intenzione di Gesù non si limita però a dare un'interpretazione della storia d'Israele né a suggerire -da buon moralista- i rischi di una religione divenuta instrumentum regni, supporto dei poteri e dell'ordine costituito. Egli è parte di questa storia, è il “figlio”, l'”erede”, l'ultimo appello di Dio al suo popolo. Ma egli è anche la speranza: ci potrà essere una nuova edificazione, “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”. Non si tratta però di un castigo, che si risolve in una sostituzione. I nuovi contadini non possono essere certi di non ripetere gli errori dei primi. La garanzia è soltanto una: edificare sul fondamento della pietra scartata. Concretamente, questo significa che solo la fede nel Crocifisso permette di evitare le degenerazioni della superbia idolatrica e violenta.
Porre il Dio crocifisso a fondamento della propria vita, significa infatti accogliere su di sé la sentenza: per i tuoi peccati io sono trafitto, quindi, di cosa ti vanti? Per che cosa ritieni di essere superiore agli altri uomini? Nello stesso tempo, la croce suggerisce la vera, radicale uguaglianza di tutti gli uomini: “Dio ha rinchiuso tutti nel peccato, per usare a tutti misericordia” (Romani 11). Ancora: la croce è fonte di speranza. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perchè chi crede abbia in lui la vita eterna” (Giovanni 3).
In questo tempo difficile, nel quale molti si dicono, come il Salmista: “Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?” (Sal 11,3), possiamo riscoprire la forza inesauribile della croce del Figlio di Dio. “Dio è con noi”, Gott mit uns: non certamente come bieca conferma dei deliri del superuomo, ma è con noi nelle profondità del dolore e della colpa: è con noi, perchè ha preso la nostra stessa miseria e la nostra sofferenza. Il popolo nuovo nasce da una fede umile, che si apre alla carità verso tutti gli uomini.
"Aridità e miseria morale degli altri popoli"
Lei scrive così, dunque esiste una differenza a livello morale tra chi è stato avvertito dalla Parola, ne è consapevole, ne è istruito, e se ne deve fare testimone e portavoce, evangelizzando, e i popoli che vivono nell'ignoranza e che vanno evangelizzati?
Oppure lo Spirito Santo, come dice il mio parroco e come si legge anche in una lettera ai Romani di San Paolo, è libero di manifestarsi ovunque in chiunque, dunque dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori questo nuovo popolo che Dio chiama a sostituire come pietra d'angolo, il popolo che un tempo era il suo prediletto: Israele?
Ambiguità non da poco. Non che smetta di credere per questo, ma non mi è chiaro: l'evangelizzazione è indispensabile, oppure oggi stiamo dicendo che è accessoria? Se Dio individua la pietra d'angolo, da una massa di altre pietre da costruzione, vuole dire che qualche merito questa l'avrà, come può aver riposto in noi cristiani, come Chiesa, il messaggio del Suo Vangelo e poi nel contempo dirci di non sentirci migliori o più vicini alla Verità di un qualsiasi altro pagano?
I meriti non sono nostri, non sono per i sacramenti ricevuti, sia chiaro, i meriti sono per la fede e la legge che tentiamo di rispettare e che riconosciamo, ma sono meriti o no? Non mi riferisco ad una santità propria, perchè è ovvio che non si è santi o senza peccato, nessuno è migliore di un altro per il numero o la qualità dei suoi peccati, però almeno per la fede e consocenza della Legge, siamo, o non siamo, noi cristiani, migliori/privilegiati dei pagani?









