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Giovedì 20.06.2013 ore 06.31
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Giuseppe Dossetti

''Io sono il pane disceso dal cielo''


di Giuseppe Dossetti

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 6,41-51).

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

* * * * * * * * * * *

Con una progressione impressionante, Gesù afferma di essere lui “il pane disceso dal cielo”, anzi, addirittura, “il pane della vita”.

Gesù propone la propria persona, non la propria dottrina, come decisiva per la salvezza dell’uomo, anzi, del mondo. La relazione con lui deve avere un carattere di assoluta intimità, così da essere paragonata al cibo, che viene assimilato da chi lo mangia. Nessun condottiero o filosofo, nessun rivoluzionario o fondatore di religioni, ha mai osato tanto. La ragione sta nel fatto che le grandi dottrine politiche o religiose si riducono in sostanza a ideologia e etica. Esse hanno dell’uomo una visione positiva: il male è fuori dell’uomo, sta a lui scegliere la via giusta. Anche il cristianesimo ha corso e corre il rischio di una riduzione intellettualistica e moralistica.

Gesù, invece, dice che “la vita” l’uomo la può ricevere solo se si unisce intimamente a lui. Vuol dire che, altrimenti, l’uomo è nella morte e vi rimane. Morte è la privazione, l’incapacità di ogni rapporto, con gli uomini e con Dio: vi è una radice di morte dentro l’uomo, l’affermazione egoistica e idolatrica del proprio io. Essa genera morte, sia attraverso la violenza, intesa a eliminare ogni ostacolo alle proprie passioni, sia attraverso l’eccesso, il voler divorare sempre più piacere, denaro, potere, esperienze, nella sfida al limite, fino a usare la stessa vita come posta nel gioco con la morte.

Gesù promette un’altra via, nella quale però chiede un rapporto altrettanto appassionato. Fede vuol dire aver fame o, meglio, orientare la fame che c’è nell’uomo, l’inquietudine del suo essere “l’eterno insoddisfatto” (Goethe), verso di lui e verso Colui che egli rappresenta, il Padre.

Questa fame sarà saziata oggi: nel presente, chi crede “ha la vita”. E nell’ultimo giorno vi sarà la risurrezione, cioè l’ingresso pieno della storia dell’uomo nella vita di Dio: tutto, ogni atto, anche piccolo, della quotidianità del più piccolo uomo, acquisirà valore e significato nella comunione col Padre.

Questa promessa è enorme, quasi fuori dalla comprensione umana. Lascia storditi gli ascoltatori. Ma, ecco, il discorso di Gesù ha un’apparente clamorosa caduta: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Come può la carne, la fragilità del figlio di Giuseppe, di colui che è incamminato alla croce, divenire fonte di vita?


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