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Giuseppe Dossetti

"Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!"


di Giuseppe Dossetti

Seconda Domenica del Tempo Ordinario, Anno A – 15 gennaio 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni
(Gv 1,29-34)

In quel tempo Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


* * *

La storia è per Hegel, il grande filosofo dell’idealismo, storia dello Spirito. Lo Spirito è una realtà immanente al mondo e che lo orienta verso un fine superiore, certamente attraverso momenti dialettici, che servono comunque a raggiungere sintesi più elevate.

Hegel fornisce lo strumento concettuale al movimento rivoluzionario iniziato in Francia e all’ottimismo romantico sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. Sappiamo quanto sangue è stato versato in virtù di questo ottimismo rivoluzionario, perché chi si opponeva al “mondo nuovo” era considerato per questo un nemico dell’umanità.

Oggi, invece, il clima morale dell’umanità volge verso il pessimismo. Se di Spirito si deve parlare, si pensa piuttosto a uno spirito maligno, a mondi paurosi, che incombono su una società “liquida”, nella quale neanche Dio può essere fonte di speranza, perché arruolato anche Lui nelle guerre dell’uomo contro l’uomo.

Nel vangelo di oggi, il mondo è segnato dal “peccato”. Si noti il singolare: è la somma del male, della violenza e dell’empietà. Ebrei e Cristiani non possono aderire all’ottimismo imprudente dei rivoluzionari; nello stesso tempo, però, sanno - dalla prima pagina della Bibbia - che Dio, respinto da Adamo, non si rassegna a perdere la sua creatura, ma l’insegue con inflessibile fedeltà.

Oggi ci viene detto che tutto questo peso di male è caricato "sull’Agnello di Dio”. In effetti il verbo greco, che qui viene tradotto con “togliere”, significa letteralmente “sollevare”. Dunque l'Agnello toglie il peso del peccato del mondo dalle spalle degli uomini e lo prende su di sé.

Il titolo, che Giovanni dà a Gesù, fa riferimento all’agnello pasquale, sgozzato, il cui sangue segnò le porte degli Ebrei, schiavi in Egitto, e permise loro di sfuggire all’Angelo sterminatore. Il mondo è dunque ferito da una malattia mortale, dalla quale non ha la forza di risollevarsi. Se esiste una dialettica, non è quella di una dinamica di progresso, bensì l’affrontarsi di forze che, logorandosi a vicenda, producono solo morte e sofferenza.

La novità viene dall’alto, da fuori il sistema. Nel vangelo lo Spirito è lo Spirito creatore di Dio, che aleggia sul caos primigenio nella descrizione della creazione e che ora “rimane” sull’Agnello. Il paradosso è che la potenza creatrice e la forza vitale hanno ora come “luogo” la mitezza, il sacrificio, la morte.

L’Agnello è l’offerta che Dio fa a un mondo così violento e distruttivo nei confronti dell’uomo; non una forza più grande, non il giudizio o il castigo, ma il subire, l’accogliere in sé tutto il male, fino a diventare, con la croce, l’immagine stessa del male. Di fronte ad essa è possibile rendersi conto del proprio peccato, senza soccombere sotto il senso di colpa ma riconoscendo la possibilità di cominciare, con il perdono, una nuova vita: la vita, appunto, nello Spirito.

Non cediamo al pessimismo e al cinismo. “Dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà” (2Cor 3,17), dice l’apostolo Paolo. Egli, altrove, dice: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!".

Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi...

Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza
” (Rom 8, 15-18.22-25).

Il grande dramma della storia è fermentato dallo Spirito di Dio. Ma il luogo nel quale egli “rimane” è Gesù, il crocifisso. Su altri, egli è disceso: i profeti erano ispirati da lui. Ma solo su Gesù egli rimane, con una presenza stabile, universale ed eterna.

Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza”, dice il profeta Isaia (Is 12,7). Ebbene, il suo annunzio si compie sul Calvario, quando la lancia del soldato apre il cuore di Gesù e ne scaturiscono acqua e sangue, amore e purificazione. Commenta un antico inno: «Mite corpus perforatur, sanguis, unda profluit: Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine!», ovvero: "È squarciato il mite corpo, sangue ed acqua ne sgorgano: terra, mare, astri e mondo da quale fiume vengono lavati!".


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