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Giuseppe Dossetti

"Chi ama me sarà amato dal Padre mio"


di Giuseppe Dossetti

Sesta Domenica di Pasqua, Anno A – 21 maggio 2017 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
“Osservare”, nel linguaggio del Vangelo di Giovanni, non vuol dire soltanto “mettere in pratica”, ma anche “contemplare” e “conservare”. I comandamenti di Gesù, in specie quello dell’amore, vanno certamente osservati, ma anche custoditi e contemplati. Sullo sfondo di questa frase di Gesù c’è la condizione di estraneità dei discepoli rispetto al mondo, che può giungere fino alla persecuzione. Ma vi è un Paraclito, che non è semplicemente un Consolatore, ma è il Difensore, che sta a fianco del discepolo, contro il quale il mondo intenta il suo processo. L’Accusatore, invece, in ebraico si dice Satana e l’accusa è sempre la stessa: “Dio non salva, il mondo va secondo altre leggi; Gesù ha fatto qualche miracolo, ma non ha salvato se stesso; cosa ce ne facciamo di un Dio crocifisso? Dopotutto, anche la Chiesa, quando si tratta di cercare un’efficacia nella storia, mette da parte il Discorso della Montagna”.
 
Ecco perché i comandamenti di Gesù, così paradossali, come amare il nemico o credere nel dominio di Dio sulla storia, vanno “contemplati”. Ne va contemplato il fondamento, che è la croce, l’amore di un Dio che si fa prossimo all’uomo nella sua miseria e nel suo dolore; tutte le volte che, vincendo noi stessi, decidiamo di seguire questa parola, la nostra conoscenza di Dio cresce, e così anche la nostra gioia (cap.15,10-11), perché entriamo in una nuova dimensione, la “vita”, la comunione con il Padre e con Gesù, cioè viviamo la risurrezione. E’ su questo punto che il Paraclito esercita la sua funzione di difensore: ci introduce nel mistero della croce, ce la mostra non come segno dell’ assenza, ma della presenza di Dio. Ed è nella decisione che noi sperimentiamo l’incontro con il Risorto. Prima o poi, dobbiamo uscire dalla “dialettica”, dalla discussione sterile, dal “sì, ma …”. 
 
 
Certo, la decisione è un rischio, come è un rischio l’amore: d’altra parte, come può esserci la stima di se stessi, se prima o poi non si decide? Chi vuole mantenersi aperte le strade alle spalle, sarà sempre una persona triste, proprio perché la gioia è nell’incontro, e l’incontro è ricevere l’altro e dare se stessi in dono.
 
Chi fa questo, nel processo che oppone il mondo a Dio, diventa un testimone, in greco “martire”. Non è detto che gli stessi cristiani sappiano accogliere queste testimonianze: per esempio, quella dei fratelli in Medio Oriente, che continuano a soffrire e a credere nella mitezza, tra le due parti in lotta; o quella degli anziani, che orientano i loro desideri alla vita oltre la morte; o quella dei giovani, che rifiutano il principio del piacere per assumersi responsabilità coraggiose. Questi testimoni possono essere ignorati o può addirittura essere intimato loro il silenzio. Ma, chi li incontra, riceve il riflesso di quella gioia e di quella pace che Gesù ha promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia paura” (14,28).
 


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