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Giuseppe Dossetti

''Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro''


di Giuseppe Dossetti

Ventitreesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno A – 3 settembre 2011

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


* * *

Il capitolo diciottesimo del vangelo di Matteo è chiamato la regola della comunità cristiana. Esso contiene, infatti, una serie di norme per il buon ordine delle comunità che sono costituite da tempo e che devono quindi misurarsi, dopo gli entusiasmi iniziali, con la fragilità umana, la stanchezza o il peccato dei loro membri. L’idea ispiratrice è quella della cura, dell’attenzione per i “piccoli”, che non sono i semplici, ma i peccatori. Matteo, infatti, colloca qui la parabola della pecora smarrita, per dare come esempio Dio stesso, nella sua amorosa ricerca per l’uomo perduto: anche la comunità deve avere la stessa cura, la stessa passione, non arrendersi al primo rifiuto, insistere e solo di fronte a un diniego prolungato affidare a Dio il peccatore.

Indubbiamente ci sono molti motivi di riflessione per le nostre comunità. Quando un nostro fratello ha un comportamento sbagliato è difficile che ci siano il coraggio e la franchezza per parlargli direttamente; è molto più frequente la mormorazione, il giudizio, che innescano meccanismi di esclusione (di “scandalo”, come vien detto nei versetti che precedono quelli di questa domenica). Qui si tratta davvero di un “legare”, cioè di un impedire all’uomo di sperimentare la libertà che Gesù è venuto a portare: il giudizio trasforma la Chiesa in un alto tribunale, non nello strumento dell’amore di Dio per l’uomo, in particolare per l’uomo ferito.

Ma la Chiesa ha il potere di “sciogliere”, di restituire all’uomo la libertà mediante il perdono. Questo vale non solo nella dimensione sacramentale, ma in tutto l’agire della Chiesa, della concreta comunità cristiana. Ho detto la settimana scorsa che, a mio parere, questo potere è legato alla decisione di prendere su di sé la croce, seguendo il Cristo. La frase decisiva del vangelo di oggi è infatti: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

Il “nome” è la persona di Gesù: “riuniti nel suo nome” indica che la sua persona, la sua via, la sua obbedienza al Padre e la sua carità diventano lo spazio nel quale vivono il discepolo e la comunità, così da prendere la stessa “forma” di Gesù, il suo modo di essere nel mondo, capaci quindi di prolungare la sua opera nella storia. Concretamente una Chiesa potente difficilmente sarà strumento di perdono; l’autorità di Gesù, che è venuto non a condannare ma a guarire, gli viene dal suo essere il Figlio obbediente fino alla morte di croce.

Citavo il caso di coloro che, durante le persecuzioni, avevano rinnegato la loro fede; per ottenere il perdono essi andavano dai loro fratelli, che attendevano in prigione il martirio, e chiedevano loro lettere di raccomandazione per la comunità, per essere ammessi alla penitenza e al perdono. Questo non vuol dire mettere in secondo piano la legittimità e l’efficacia degli atti canonici della Chiesa, quelli che provengono dalle strutture volute da Gesù stesso, come gli apostoli e i loro successori: ma queste strutture vanno riempite di significato e di forza. Paradossalmente la Chiesa può ripetere le parole di Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

Proviamo ora a vedere in questa prospettiva un argomento, che si porrà sempre più come centrale nella vita delle nostre comunità: la riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. Ogni sforzo di vedere la questione nella prospettiva solita (pentimento, riparazione, riammissione) non funziona. Si cercano escamotage come la riammissione nel caso di un impegno a vivere come fratello e sorella, oppure l’esortazione alle comunità di accogliere queste persone nelle attività caritative e di servizio; si dice che la Chiesa non giudica e che in queste coppie si trovano spesso una carità, una fedeltà, un’umiltà che sono certo segni dello Spirito; li si esorta a fare la comunione spirituale.

Ma la riammissione ai sacramenti resta esclusa. Perché? Si dice: per evitare che gli impegni matrimoniali vengano presi alla leggera. La possibilità c’è, è vero, ma, come vedremo, è possibile prevenirla. Purtroppo c’è anche la tendenza a proporre la via della dichiarazione di nullità del precedente matrimonio. Ora, esistono certamente matrimoni nulli ed è giusto che il tribunale ecclesiastico li dichiari tali. Ma sono frequenti cause di nullità assolutamente strumentali, nelle quali vengono rovesciate montagne di fango sull’altra parte; un bravo avvocato rotale sa presentare la causa in modo plausibile.

Ma, soprattutto, queste cause prescindono da qualsiasi cammino spirituale di conversione: la questione si riduce ad appurare se in radice, quando il matrimonio fu celebrato, esisteva una qualche causa ostativa. Ma oggi? Qual è il cammino spirituale di conversione che ha fatto quella persona, magari proprio a causa della sofferenza di un matrimonio fallito e anche grazie alla scoperta di un affetto sincero, più maturo e consapevole?

D’altra parte non ci troviamo di fronte a una questione di buon cuore: se la persona cerca il sacramento come riconoscimento sociale non è evidentemente matura; ma molti chiedono la riammissione ai sacramenti non come segno dell’affabilità di un parroco benigno, ma come segno del perdono di Dio. La Chiesa deve porsi questa domanda, se e a quali condizioni essa può perdonare in nome di Dio.

La tradizione orientale ha conservato la prassi della Chiesa antica, forse con qualche compromesso di troppo: il perdono è dato dopo un periodo di penitenza. Dovremmo rileggere i canoni di san Basilio e apprezzarne la saggezza spirituale e pastorale. La via, per me, è quella di ripristinare il percorso della “penitenza pubblica”: c’è una dimensione personale, da considerare nel colloquio individuale; ma c’è anche una dimensione comunitaria. Il divorzio ha ferito la comunità e la comunità è chiamata ad accompagnare il percorso di riconciliazione, proprio come dice il vangelo di oggi. Un percorso che coinvolga la comunità escluderebbe, a mio parere, il pericolo di dare messaggi che riducano la serietà del matrimonio.

Certamente a monte della questione c’è una parola di Gesù: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio”. La riammissione ai sacramenti non può passare attraverso un nuovo matrimonio. Per il cristiano il matrimonio, se è valido, è uno solo. Chi vuole la riammissione ai sacramenti deve anzitutto accettare su di sé il giudizio di Dio: “Per la durezza del vostro cuore…” il matrimonio è fallito.

Il primo passo del percorso penitenziale è andare a vedere con sincerità le proprie responsabilità, senza cercare scuse e senza colpevolizzare l’altra parte. Del male eventualmente fatto bisogna prendersi la responsabilità e, se possibile, ripararlo. Ma la comunità cristiana può farsi carico del peccato dei fratelli, soprattutto se vive lei stessa una dimensione di umiltà, di rinuncia al potere, di ricerca della volontà di Dio, nello sforzo di portare gli uni i pesi degli altri, come dice l’apostolo Paolo. Una comunità che accetti di seguire Gesù crocifisso può accompagnare al perdono senza che questo appaia come un compromesso.

Un’ultima parola la spendiamo per coloro che, ingiustamente abbandonati, hanno deciso di vivere, malgrado tutto, la loro fedeltà e non hanno intrapreso una nuova relazione. Essi dovrebbero godere di grande considerazione, proprio perché portano una croce pesante. Essi, facilmente, vivono un sentimento di grande solitudine: ma se vedono i loro fratelli accogliere con fede la propria croce, quella della vita quotidiana, essi si sentiranno meno soli e si renderanno conto di quanto importante sia il segno che essi danno. A loro sarà consentito di pronunziare una parola autorevole, quando diranno a chi cerca Dio: “Egli è più grande di tutto ed egli è la nostra pace”.


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06/09/11 h. 13.36
don Giuseppe Dossetti dice:

Cara Ale, grazie delle tue riflessioni, che condivido. Se vuoi continuare a parlarne, la mia mail è: giuseppedossetti@solidarieta.re.it

04/09/11 h. 19.03
ale dice:

E' molto bello, molto profondo e toccante, e lo dico in tutta sincerità, quello che lei ha scritto.
Sono però confusa da alcuni giorni su di un aspetto che definirei strategico: la Chiesa impedisce che vengano tradite le leggi che ci ha suggerito Cristo, quindi no all'unione di due gay, no al divorzio e alla Comunione ai divorziati, ecc...
Però io mi chiedo, come mai allora lo Spirito Santo si manifesta e santifica anche persone che non corrispondono alle leggi di Cristo, ma a religioni con leggi più permissive: più mogli, più concubine, o la legge del taglione, e comunque a persone che mai nella loro vita hanno avuto modo di fare la Comunione, di fare una confessione, o di avere un matrimonio riconosciuto da Santa Madre Chiesa? Dunque si salvano anche i pagani, purchè dimostrino di saper amare, con cuore sincero, anche se non hanno mai fatto mai ricevuto i Sacramenti? Allora un gay che ama infinitamente, o un divorziato che ama il suo prossimo infinitamente, e si risposa, ma sono credenti, sono cattolici, come possono essere considerati più colpevoli e indegni, o peccatori, di un pagano pio, senza Sacramenti?
Noi ci facciamo una guerra, forse, in casa: facciamo ostracismo ai credenti gay o risposati, e spalanchiamo le porte ai pagani, addirittura accumunando il loro credo al nostro, e scusando e sorvolando sulla loro madornale ignoranza continuiamo ad averne più stima dei gay e dei divorziati.
Penso che se dobbiamo fare un distinguo serio dovremmo essere rigidi anche con i pagani, - non cito gli atei - e far pesare su di loro il fatto di essere imperfetti, farli sentire in colpa per il Cristo che oggi giorno, nessuno può dire di non aver mai sentito nominare, e che ha parlato prima di altri pseudo profeti, che inseguito l'hanno si storicizzato, ma delegittimato come Figlio di Dio, come Salvatore dell'umanità, come Colui ed il Solo, attraverso cui si salverà l'umanità intera.
Mi spieghi, mi illumini, è complicato per me, perchè non giudico i gay tutti uguali, ci sono persone rette, credenti e disperate anche tra loro, che peccano sessualmente a mio parere spesso meno di tanti etero che fanno la malora. Se come dice S. Paolo siamo peccatori, tanto come i pagani, perchè fare queste distinzioni tra noi?
Perchè rispettare le preghiere di un pagano, se questo pagano rifiuta di confidare in Cristo? Perchè due pesi e due misure per giudicarci tra noi, che comunque siamo tutti peccatori come i pagani? Se per Cristo un peccato vale l'altro, se chi desidera una donna nel suo cuore pecca quanto un adultero che passa ai fatti, perchè obbligare un divorziato a sentirsi peggiore di chi tradisce mensilmente nel suo cuore con le immagini sexy di cui abbondano i media?
L'Eucaristia la sento anche come una potente medicina per l'anima, Cristo è per i peccatori, non per i perfetti, i santi e i giusti, quindi se Cristo ha spezzato il pane anche per Giuda nell'Ultima Cena sapeva che c'era un traditore, ma non gli ha negato l'Eucaristia, quindi penso che un peccatore abbia diritto alla Comunione, se dimostra poi di voler e saper vivere poi rigorosamente secondo il Vangelo, non certo di tornare a ripetere adulteri, o scambi di partner con più gay. Certo sarebbe meglio che tutti fossimo capaci di distaccarci dai desideri della carne, ma non possiamo obbligare tutti a maturare secondo la nostra tempistica e la nostra natura, credo che l'ultima parola spetti a Cristo, e che i sacerdoti dovrebbero, senza superficialità, accogliere con la stessa misericordia di Cristo, che ha mangiato con pubblicani e peccatori, pur di restare con loro, continuare ad infondere la Sua parola, e seguirli passo per passo. Se lui avesse chiesto anime perfette, si sarebbero persi in tanti, invece Lui attende pazientemente che i nostri occhi si aprano a Lui e prima o poi lo riconoscano.
Ho letto un'intervista al noto regista/attore Verdone, su di un quotidiano, e mi sono stupita nel sentirgli dire che consiglierebbe ai giovani di vivere le proprie emozioni, come se tutte le emozioni fossero dettate dall'anima, e non spesso dal corpo, come se le emozioni si possano confondere con i sentimenti, come se i sentimenti non fossero da distinguersi in santi ed in profani.
Oggi è l'ostentazione del male che spinge a divorziare, ci sono coppie non proprio infelici, ma che con la suggestione che arriva dal mondo: il dover godere di una intesa perfetta, di un sesso perfetto,di una relazione simbiotica ed esaltante, pensano doversi separare per realizzarsi al meglio con altri partner. Dovremmo invece spiegare che non è per la realizzazione piena dei desideri della nostra persona che siamo qui, non è questo il senso della vita, troppe aspettative dalla vita di coppia, troppe illusioni, la vita è altro e bisognerebbe spiegare a chi si sposa che si vive insieme sapendo di non realizzarsi al meglio personalmente, ma si vive insieme per sperimentare un amore più grande di quello solo legato ai sensi, per i figli o per chi nella società ci è accanto, con un amore che in realtà dovrebbe avere anche in sé molto più amore fraterno che accesa passione dei sensi, questi ultimi hanno l'entusiasmo che somiglia a quello con cui compriamo un telefonino nuovo per poi stancarcene appena ne vediamo uno migliore sul mercato. Difficile affinare il pensiero e la ricerca spirituale di Dio se si vive solo secondo una cultura creata attorno ai nostri sensi, ecco perché penso che avere attorno buoni maestri, avere accesso a buone letture, ricevere buoni esempi da chi ci è attorno, e parlare di Dio senza stancarsi mai, per allontanarci dalla tentazione di parlare di noi stessi, sia fondamentale.
Quello che dico è una mio ragionamento che attende verifica da lei, che di certo sa più di me.

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